Giuseppe Berto, l’afascista


Il 1° novembre 1978 moriva a Roma Giuseppe Berto, uno tra gli intellettuali più controversi del panorama letterario italiano. Berto fu uno scrittore al di sopra delle parti, e per tal motivo inviso a quelli che lo stesso autore de Il male oscuro era solito definire «gruppi di potere intellettuale», quindi sempre nel mirino, simile a Pier Paolo Pasolini.

«La critica […] da principio mi definì dilettante. Poi, siccome mi ostinavo a scrivere, ma ancor più mi ostinavo ad osteggiare i gruppi che manipolano i successi, dissero che ero pazzo», dichiara Giuseppe Berto in un intervento nel primo Congresso internazionale per la difesa della cultura, svoltosi a Torino dal 12 al 14 gennaio 1973.copertina de Il male oscuro di Giuseppe Berto

Eppure Berto non occupava solo i pensieri dei suoi detrattori, e come Cesare Pavese ed Elio Vittorini godeva anzi dell’apprezzamento di Ernest Hemingway. Di ben altro tenore era invece la considerazione che Alberto Moravia aveva di Giuseppe Berto: la cifra del rapporto tra i due può essere espressa da un aneddoto, che vede il primo chiedere sprezzantemente al secondo “Perché porti la barba?”, ottenendo in risposta “Per ricordarti Hemingway”.

Uomo libero, fino in fondo, Giuseppe Berto era in idiosincrasia con ogni schieramento, e non poteva essere altrimenti, se si pensa a quanto l’autore de La gloria fosse convinto che la forza della cultura risiedesse nel rifiutare ogni forma di strumentalizzazione politica, soprattutto in un periodo, tra gli anni Sessanta e Settanta, in cui le istanze di partito, prevalentemente articolate nel dualismo tra fascismo e antifascismo, sembravano essere determinanti per la vita dell’intero Paese.

copertina de La gloria di Giuseppe Berto«Dico di non essere né fascista né antifascista. Allora, cosa sono? Da anni ormai io amo definirmi afascista, fascista con un’alfa privativa davanti. Lo faccio non per lo snobismo d’introdurre una parola nuova, ma perché questa parola, afascista, secondo me esprime qualcosa di nuovo, e cioè un’avversione al fascismo così intima e completa da non poter tollerare l’antifascismo, il quale, almeno così come viene praticato dagli intellettuali italiani, è terribilmente vicino al fascismo. Il fascismo, dicono, è autoritarismo violento, coercitivo, retorico, stupido. D’accordo: il fascismo è violento, coercitivo, retorico, stupido. Però, come lo vedo io, l’antifascismo è del pari, se non di più, violento, coercitivo, retorico, stupido», dichiara ancora Berto nel convegno del 1973, convegno che ebbe nella decadenza della cultura e nella necessità di rinnovarla il suo tema centrale, presupponendo però un’apertura a ogni corrente di pensiero che non fosse di matrice marxista. Tesi che Giuseppe Berto corroborava, «se per esempio un intellettuale non entra in un dato gruppo o peggio ancora se osa denunciarne le manovre mettendosi contro i grossi capi, viene messo al bando, proscritto. Allora del suo lavoro si parlerà il meno possibile, e solo in termini spregiativi. Lui personalmente verrà chiamato fascista, con valore d’insulto. Naturalmente non gli sarà consentito di far conoscere il suo pensiero servendosi dei mezzi di diffusione controllati dai gruppi. Verrà condannato al silenzio, come in Russia. A meno che non abbia il cattivo gusto di stampare qualcosa, magari una semplice intervista, sui giornali non controllati dai gruppi, perché in questo caso non farà che comprovare la sua qualità di fascista. Per gli antifascisti, infatti, avere qualsiasi forma di colloquio con qualcuno diverso da loro è segno di fascismo».

copertina de La cosa buffa di Giuseppe BertoMa al di là dello scrittore dalla forte pregnanza politica, resta il talento di un romanziere che ha contribuito a rendere preziosa la letteratura italiana del Novecento, con opere quali Anonimo veneziano, Il cielo è rosso, o La cosa buffa, «era una Venezia minore e dimessa quella ch’essi erano stati portati a prediligere […] perché lì era facile trovare un sottoportico o una calle poco frequentata o un punto scarsamente illuminato di qualche piccola fondamenta o un posto qualsiasi dove non appena fosse decentemente buio essi prendevano a baciarsi come matti con l’improvvisa cognizione che tutto quel ch’era accaduto prima di quel momento, vale a dire la gioia sempre rinnovata dell’incontro giornaliero e poi il lungo camminare tenendosi sottobraccio e l’instancabile giro di sospiri e occhiate e parole […] per loro andava bene solo col chiaro mentre non appena faceva buio rivelava una misteriosa insufficienza e inadeguatezza cosicché essi per tenersi al corrente dovevano cominciare a stringersi e a baciarsi […]».

E nel ricordo della scomparsa di Giuseppe Berto, nel novembre di 43 anni fa, ci piace riportare le parole dello stesso scrittore, contenute proprio nella prefazione de La cosa buffa, parole forse emblematiche di un animo, quello di Berto, sempre in fermento: «sia chiaro che io sono per l’ordine, e che ciò è inutile».

 

Antonio Scerbo


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