Mi resi conto che dialogavo ancora con te


Il 2 novembre del 1975 Pier Paolo Pasolini venne ritrovato cadavere all’Idroscalo di Ostia: a oggi non si è ancora venuti in chiaro delle circostanze della sua morte. Pasolini, poeta, scrittore, sceneggiatore, attore, regista, drammaturgo intrattenne in vita un rapporto stretto e personale, epidermico, con la verità, tanto da essere inviso a una parte considerevole delle figure apicali, e non solo, del nostro Paese,giornali morte pasolini «la storia di Pasolini è soprattutto la storia di una persecuzione (che ha condotto all’esecuzione), in forme implicite o esplicite, materiali o ideologiche, da parte di quasi-tutti: classe dirigente e stampa; magistratura e organizzazioni politiche (anche ‘di sinistra’); intellighentzia politica o letteraria; ‘moralità’ sociale e istituzionale – per non parlare della stupidità e mostruosità fascista. Negli ultimi anni Pasolini aveva cominciato un processo al Palazzo, al Potere, sempre meno confidando nella ‘opposizione istituita’; e, indirettamente, ha preparato l’odio del Palazzo, del Potere. L’esecuzione, atrocemente puntuale, è avvenuta», scrive Gianni Scalia, critico letterario e accademico, in La mania della verità. Dialogo con Pier Paolo Pasolini.

Un uomo, Pasolini, dedito alla ricerca del vero, che, ironia della sorte, fatica a ottenere la parola ultima, di verità, sulla vicenda che pose drammaticamente fine alla sua vita. 

pasolini - idroscalo di ostia - elleboro editoreGiovanni Giudici, poeta e giornalista, di Pasolini disse che «è il poeta che dà ‘scandalo’, che vuole ‘dare scandalo’, perché senza ‘scandalo’ non si dà poesia». Scandalizzare è quindi un verbo cui fare riferimento nell’interpretazione dell’esistenza e della poetica tutta di Pasolini, anche se, ancora nelle parole di Scalia, sarebbe forse più indicato, in un’onesta esegesi di Pasolini, prendere in considerazione la forma riflessiva del verbo, «Pasolini non era scandaloso, non promuoveva lo scandalo. È possibile, ancora, fare scandalo in questa società, possessiva e permissiva, repressiva e funzionale, egoista e ‘socializzata’? Pasolini non era scandaloso. Pasolini, ecco, si scandalizzava. È una reazione sempre meno frequente, non praticata, impensata. Sfruttamento, oppressione, corruzione, violenza, dolore, male ci fanno sempre meno scandalizzati. Pasolini voleva, prima di spiegare, comprendere fino in fondo. Conoscere e non solo avere coscienza, dei rapporti corrotti, disumani, artificiali tra gli uomini. Era ‘cristiano’? I più di noi, credo, a volte, sono scandalosi, scandalistici, non scandalizzati. In scandalo c’è un etimo di sopportazione e di insopportabilità che conosciamo sempre meno. Skandalon è ostacolo, pietra d’inciampo, rottura nel ‘progresso’ della servitù, dell’oppressione, del male: è, anche, ferita, patimento, intollerabilità: entrare negli interstizi, nei ‘buchi’, nelle dissidenze… Lo scandalizzato è un impotente, la cui sofferenza è possibilità; un tollerante, che non tollera, non sopporta e non si sopporta; si nega convivendo, si estrania abitando insieme. Pasolini, sappiamo, a volte abbassava gli occhi per non vedere gli occhi, le facce; arrossiva del pudore o della vergogna altrui, che lo giudicavano; solitario nella divorante solidarietà, cercava i rapporti, che temeva o sperava, evitava e desiderava». pier paolo pasolini - elleboro editore

In ogni caso, il solo affacciarsi sulla vicenda pasoliniana lascia spesso sensazioni di tristezza e smarrimento, che si acuiscono nel momento in cui capita di pensare che anche il Pasolini «che dà ‘scandalo’», che «si scandalizzava», è stato a suo tempo bambino, e poi ragazzo pieno di entusiasmo e di passioni, come egli stesso ebbe modo di ricordare, ne Il caos, «i pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara (giocavo anche sei-sette ore di seguito, ininterrottamente: ala destra, allora, e i miei amici, qualche anno dopo, mi avrebbero chiamato lo “Stukas”: ricordo dolce bieco) sono stati indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso. Allora, il Bologna era il Bologna più potente della sua storia: quello di Biavati e Sansone, di Reguzzoni e Andreolo (il re del campo), di Marchesi, di Fedullo e Pagotto. Non ho mai visto niente di più bello degli scambi tra Biavati e Sansone (Reguzzoni è stato un po’ ripreso da Pascutti)».

A Bologna Pasolini è nato, e a Bologna, dopo i vari spostamenti dovuti ai trasferimenti del padre Carlo Alberto, ufficiale di fanteria, è tornato, per frequentare il Liceo Galvani prima, e la Facoltà di Lettere dell’Università poi, «bella e dolce Bologna! Vi ho passato sette anni, forse i più belli», come è riportato in Ritratti su misura di scrittori italiani, a cura di Elio Filippo Accrocca. 

Quindi a Bologna si deve buona parte della formazione umana e artistica di Pasolini, «passavo ore e ore al Portico della Morte, a Bologna, dove si vendevano libri usati, a scegliere, a leggere titoli, a spiare pagine e indici. Avevo quindici anni, e fino allora avevo letto solo libri d’avventura […] poi improvvisamente mi è capitato tra le mani L’idiota di Dostoevskij, ed è stata la rivelazione. Ho letto tutto Dostoevskij, e poi Tolstoj; e poi le tragedie di Shakespeare», così Pasolini, in Un sistema per studiare, dalle pagine della rivista Vie Nuove, nel 1960. pier paolo pasolini - anna magnani - elleboro editore

E quasi a completare quanto riportato solo tre anni prima, scrive nel 1963 su Il Giorno, «li ho comprati, i Casi clinici, al “Portico della Morte”, dove da ragazzo adoravo le edizioni Salani, coi poeti più indecifrabili, e Novalis, Coleridge, Ramuz […], e poi Dostoevskij. Sono ripassato domenica, c’era il solito gelo, l’ombra del bel giorno d’autunno (la morte). I reparti, gli stessi di quando io facevo il ginnasio, carichi di libri gialli, oggi – o di divulgazione scientifica – o di attualità – o di successo: scomparsi tutti i miei poeti indecifrabili, le edizioni Salani […]. E, cosa orrenda, dagli anni Trenta a questo ‘63 brutto e sacrilego, occhieggiavano fra gli altri, fatti oggetti, impoveriti strumenti allineati tra mille affini, il volume di Accattone, e di Ragazzi di vita: e così è finita. Mai, per il Portico della Morte, il toponimo suonò più reale. Fu per questo dolore, certamente, per questo rovesciamento di situazione – in una situazione, in realtà, immutata – che mi venne voglia di comprare il libro di Freud da leggere in treno al ritorno».

Bologna ebbe anche il merito di iniziare il giovane Pasolini alla settima arte, «mi iscrissi a un cineclub e vidi alcuni classici: tutto René Clair, i primi Renoir, qualche Chaplin e così via. Fu allora che nacque il mio grande amore per il cinema», scopriamo in Pasolini su Pasolini. Conversazioni con Jon Halliday.

Nella guida letteraria Bologna. Dicono di lei. La città nella letteratura è possibile leggere, tra le tante altre tra tanti altri autori, citazioni dalle opere di Pier Paolo Pasolini sul suo periodo bolognese, parole di emozioni e ricordi rese ulteriormente vivide dalla mostra letteraria Bologna. Dicono di lei, che si terrà nel Museo Civico Archeologico di Bologna, a partire dal 13 novembre 2021 e fino al 30 gennaio 2022.

 

Ora, però, ci piace ricordare Pier Paolo Pasolini con i versi di Elio Pagliarani:

L’angoscia della tua voce incrinata spezzata da un vento gelido di morte

La rabbia che mi facevi con l’esempio dei contadini friulani
che stavano meglio prima, negli anni Trenta/Quaranta
l’angoscia della tua voce
incrinata spezzata da un vento gelido di morte che mi pareva a effetto, e pensai
«perché mi parli dell’India con toni così drammatici e agitati, quando non
c’è pubblico» – in piazza del Popolo semideserta, quando mi raccontavi del tuo
(primo?) viaggio in India, con toni drammatici e agitati
potrò perdonarti di aver detto la verità, che questo benessere è una rovina
che tu avevi prevista, che l’uomo più sta bene più è egoista
potrò mai perdonarmi
che quel grido quel vento altro che a effetto, altro che artificiale
erano le tue stimmate
era nelle tue viscere
ti era consubstanziale.
(Solo dopo aver trascritto epigrammi da Savonarola
La carne è un abisso che tira in mille modi.
Così intendi della libidine dello Stato/
mi resi conto che dialogavo ancora con te).

mostra letteraria Bologna dicono di lei

 

 

 

 

 

Antonio Scerbo


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