Torino la recensione de Il Correre della Sera


«Torino — diceva Eugenio Montale — è industriale, borghese e proletaria, conservatrice e avanguardista, non si esaurisce in poche note sommarie». Descrivere una città in poche parole è praticamente impossibile. Nei secoli celebri poeti, narratori e scrittori hanno raccontato qualche aspetto della città sabauda: un quartiere, un monumento, il Po, la collina, la quotidianità dei torinesi. Sono piccoli frammenti, raccolti nel volume Dicono di lei. La città nella letteratura (Elleboro), che messi uno accanto all’altro — come fossero tasselli di un puzzle — restituiscono un’immagine complessa e affascinante della città sabauda.

Partiamo, dunque, per uno dei tanti possibili itinerari della Torino letteraria, partendo dall’ingresso della città: la stazione Torino Porta Nuova. Ultimata a fine Ottocento, Porta Nuova è divenuta un luogo simbolo per generazioni di letterati. Nel primo dopoguerra lì arriva un giovane e squattrinato Italo Calvino che dovrà accontentarsi di una misera stanza presa in affitto nell’attigua via Nizza. «Per uno appena sbarcato dal treno, si sa, la città è tutta una stazione: gira, gira e si ritrova in vie sempre più squallide, tra rimesse, magazzini di spedizionieri, caffè col banco di zinco, camion che gli soffiano in faccia getti puzzolenti. La camera ammobiliata che faceva per me la trovai proprio in una di queste vie».

Di fronte alla stazione, al numero 60 di piazza Carlo Felice si trova l’Hotel Roma dove, il 27 agosto del 1950, nella stanza 346 si tolse la vita Cesare Pavese ingerendo sedici bustine di sonnifero. Ricorda Natalia Ginzburg: «Pavese si uccise un’estate che non c’era, a Torino, nessuno di noi. Aveva preparato e calcolato le circostanze che riguardavano la sua morte, come uno che prepara e predispone il corso d’una passeggiata o d’una serata». Lasciamo la stazione per avviarci verso il parco del Valentino, da sempre luogo di svago dei torinesi e polmone verde che, come dice Mario Gromo, in primavera dà il primo respiro alla città. «Ho visto il Tiergarten di Berlino, il Prater di Vienna, i boschetti del famigerato Bois de Boulogne», scrive Guido Gozzano, «Ma nessuno è bello come il parco del Valentino». Qui Giulio Einaudi, durante la bella stagione, veniva a vogare e il Po ai suoi occhi appariva diverso da come lo vediamo oggi. «D’estate amavo fare lunghe remate sul fiume sino a Moncalieri, e attraccavo la barca nelle vicinanze di una piscina dove mi tuffavo, nonostante fossi tentato dall’acqua limpida del fiume allora ricca di pesci».

A pochi passi troviamo l’edificio di chimica di cui ci parla Primo Levi nel suo «Il sistema periodico».  Lì, durante la Seconda guerra mondiale, quando per gli ebrei studiare ufficialmente non era possibile, Levi incontra il giovane professore che lo aiuterà a portare a termine la sua tesi. «Risalivo svogliatamente via Valperga Caluso, mentre dal Valentino giungevano e mi sorpassavano folate di nebbia gelida; era ormai notte, e la luce dei lampioni non riusciva a prevalere sulla foschia e sulle tenebre. I passanti erano radi e frettolosi: ed ecco, uno fra questi attirò la mia attenzione. Procedeva nella mia direzione con un passo lungo e lento, portava un lungo cappotto nero ma era a capo scoperto e camminava un po’ curvo, ed assomigliava all’Assistente, era l’Assistente. Pensai che non rischiavo nulla se non un ulteriore rifiuto, e senza ambagi gli chiesi se sarebbe stato possibile essere accolto per un lavoro sperimentale nel suo istituto. L’Assistente mi guardò sorpreso: in luogo del lungo discorso che avrei potuto aspettare, mi rispose con due parole del Vangelo: “Viemmi retro”».

Ci spostiamo a Porta Pila, sede del più grande mercato della città che Gozzano chiamava la «grande cuoca di Torino». Quella piazza, luogo di scambio di merci provenienti da ogni dove, ricorda ad Antonio Gramsci la teoria dei granelli: «Bocconi di pane, straccetti di cotone, zollette di zucchero, penne di canarino, chicchi di caffè, soldini del papà, mucchi, mucchi, granelli, granelli. Tutta l’Italia diventerà una rigatteria. Tutta l’Italia diventerà Porta Palazzo». Con Mario Soldati, infine, ci spostiamo verso il Lingotto, tempio della produzione industriale e simbolo della Torino operaia. «Tra le vecchie case grigie, nella lunga via che oltrepassando corso Vittorio e cambiando nome conduceva diritto alla barriera di Nizza e agli stabilimenti del Lingotto, gli operai torinesi andavano al lavoro, seri e chiusi. Il sole illuminava soltanto i tetti e le piazze. La città era ancora immersa nell’ombra fresca del mattino estivo. Passavano, con grande frastuono, i tram: carichi a loro volta di operai, sfioravano, superavano l’ininterrotta fila di biciclette, si allontanavano scampanellando, anch’essi verso la barriera di Nizza». Cosa è rimasto di quella Torino? È un dubbio che attanagliava anche Calvino che scrive: «La Torino degli operai rivoluzionari che già nel primo dopoguerra s’organizzavano come classe dirigente, la Torino degli intellettuali antifascisti che non erano scesi al compromesso. Esiste ancora questa Torino?».

Dario Basile


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