Ecco da dove viene tutto. Vedere, ascoltare


Il 2 luglio del 1961 Ernest Hemingway si uccise sparandosi un colpo di fucile. Il padre Clarence nel 1928, con una pistola. Si tolsero la vita anche la sorella e il fratello dello scrittore, Ursula e Leicester, e con ogni probabilità si trattò di suicidio anche per il figlio di Ernest, Gregory, e per la nipote Margaux Louise.

ernest hemingway - elleboro editoreIl sangue negli Hemingway fu inquieto, ma Ernest sapeva che buona parte della scrittura più autentica non poteva che passare per il dolore. Del resto Hemingway fu sempre saldo nella sua fede, «devi capire che in tutti i miei racconti sto cercando di cogliere la sensazione della vita vera – non solo di descrivere la vita – o di criticarla – ma di renderla realmente viva. In modo che se leggi qualcosa di mio lo sperimenti davvero. Non si può fare senza metterci dentro anche il brutto e il cattivo oltre che il bello. Perché se è tutto bello non ci puoi credere. La realtà non è così», ebbe modo di spiegare al padre.

Una convinzione maturata nella redazione del Kansas City Star, in cui giovanissimo
interiorizzò quegli assiomi che avrebbe applicato anche nei racconti e nei romanzi: concisione – è forte qui anche l’influenza di Ezra Pound: «mi ha insegnato a diffidare degli aggettivi, come poi imparai a diffidare di certa gente» – e leggibilità, e soprattutto scrivere solo di ciò che si conosce.hemingway - fitzgerald - elleboro editore Oltre l’esperienza diretta, in prima persona, tutto è fittizio e niente ha a che fare con la letteratura, per Hemingway. «L’invenzione è la cosa più bella, più raffinata, ma non puoi inventare ciò che non è possibile accada», scrisse all’amico Francis Scott Fitzgerald, dopo aver letto Tenera è la notte. Il romanzo non lo aveva convinto, nondimeno cercava di spronare l’autore de Il grande Gatsby, «questo dobbiamo fare quando siamo al nostro meglio – inventare tutto – ma inventarlo in modo così vero che non potrebbe che essere così».

In Hemingway vivere e scrivere giacciono in sinonimia, consumare l’esistenza equivale a
carpirne il segreto, provarsi nella sua decodifica, raccontarlo. Certo, il talento deve essere fuori misura, la personalità senza fondo: reporter di guerra e soldato, cacciatore e pescatore, la boxe, le corride, secondando in lungo e in largo la passione, in America, in Europa, in Africa. E poi l’alcol – pare avesse trovato un escamotage per bere il Daiquiri anche dopo avere scoperto di essere diabetico – e l’amore incontenibile, come dicono i quattro matrimoni.

cortina dicono di lei - elleboro editoreIn continuo faccia a faccia con la sua stessa vita, Hemingway ricava opere memorabili, eleva il suo personaggio, suscita tra gli addetti ai lavori il dubbio: Hemingway è un grande scrittore o vive di carica iconica? A subirne il fascino tra gli altri fu Fernanda Pivano, che ne aveva tradotto Addio alle armi. Si incontrano nel 1948 a Cortina d’Ampezzo, e «aveva ancora l’aspetto di un attore del cinema, del tipo tough alla Clark Gable o alla Humphrey Bogarth, ma con una disperazione negli occhi, una tensione nei cauti movimenti delle mani, una grazia nei passi smorzati da capo indiano o da ex pugilista, che gli attori non sarebbero mai riusciti a “interpretare” o a imitare». Hemingway non si espresse solo su Cortina, «il paese più dolce della terra», ma in Di là dal fiume e tra gli alberi dipinse a suo modo anche Bologna, «la mia idea di una città dura è Memphis. Non come Chicago, Jackson. Memphis è una città dura, solo per i negri. Chicago è dura a nord, sud, l’est non c’è, e a ovest. Ma nessuno è educato. Ma in questo paese, se vuoi conoscere una città veramente dura dove si mangia splendidamente, vai a Bologna».

Il cortocircuito si innesca quando lo scrittore è impossibilitato ad attingere dall’uomo: Hemingway, sempre saturo di vita, non scampò la malattia, e negli ultimi anni fu preda di crisi maniaco-depressive e vuoti di memoria. Temeva – e ne aveva ben donde, si scoprirà poi – di essere spiato dai federali e che un cancro lo stesse divorando. Sottoposto ripetutamente a elettroshock, il 26 giugno 1961 venne dichiarato clinicamente guarito. Le allucinazioni però non lo abbandonarono. Il resto è storia nota. ernest hemingway 3 - elleboro editore

Ancora a Fitzgerald, aprendo al cuore della poetica, «ecco da dove viene tutto. Vedere, ascoltare».

E in effetti, a Ernest Hemingway e ai suoi sensi scivolati in stanze buie, non restò che farla finita: il nulla avanzava, e come vivere? Come scrivere? Quella stessa vita celebrata e magnificata aveva chiuso i battenti.

I libri, però, rimasero.

 

Antonio Scerbo


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