Non mi prendi in canna?


la bicicletta. dicono di lei. pedalate d'autore - elleboro editorePedalare non significa semplicemente muovere i pedali di una bicicletta o di un veicolo simile con la pressione del piede: pedalare è anche darsi da fare, insistere per ottenere, è la caparbietà che ha chiaro in vista lo scopo. Fatica e sudore, ripensamenti, nuovo vigore. Pedalare è dubitare, è saper sperare.

In una serie di pedalate è possibile rintracciare i moti di un’epoca, il ritmo di una vita, e storie spesso vissute in salita, verso il riscatto, la rivalsa, in resistenza, e forse anche per la redenzione.

Ciò che Giovanni Testori racconta «tra Roserio e Vialba, dove la domenica moriva come ogni settimana» muove dal basso, dal proletariato di due ciclisti, il promettente Dante Pessina e il suo gregario Sergio Consonni, in un ribaltamento di ruoli che porta a un’incidente, alla colpa e al suo superamento: sarà la gloria del dio di Roserio.

Nella corsa che parte da Milano, la vicenda ha il suo snodo a Lecco: Consonni rompe il patto con il capitano Pessina, cambia passo, lo supera, ambisce al traguardo, «è stato dopo che si era incominciato a vedere il lago, come se venisse su verso noi, che continuavamo a pedalargli contro.il dio di roserio - giovanni testori - elleboro editore Poi, da sopra, è venuta giù una parete di roccia, senza che avessi potuto pensare che c’era. Dalla parete sono spuntate due o tre piante. Mi sono venute davanti, all’improvviso: sulla parte più alta, le foglie penzolavano nel vuoto. In alto, il lago continuava a venir su, in mezzo alle catene delle montagne che diventavano sempre più smorte, sempre più piccole, per scomparire poi, nella nebbia, che continuava a venire su e a confondersi col resto del cielo. Lui aveva già incominciato a gridare: “Rallenta, troia! Sèm de per nun. Molla! Molla!”. Si incominciavano già a vedere i tetti e i muri delle case di Onno, poi, un po’ più avanti, nell’afa che c’era intorno, come se tutto buttasse fuori del fiato, le case di quello che doveva essere Lecco». È Pessina però che deve stare davanti, e a mali estremi, « la stersata l’aveva liberato dal rivale, quello che con la sua stessa maglia, con il suo stesso stemma, lo stava scalzando: non il Nino: non la vedetta del Niguarda; ma lui, il suo gregario; voltandosi, ridendo, sfottendo, come aveva fatto, perché non andava col suo solito stand, perché il ventre non gli voleva mandar giù la soppressa, il vino e tutto quello che il Todeschi l’aveva obbligato a mangiare. Ma adesso si era liberato: così, con una stersata. Un porco tolto di mezzo». Pentitosi di aver causato il fuoripista del suo gregario, Dante Pessina prima abbandonerà le corse, poi per vincere sul senso di colpa e su se stesso salirà di nuovo in sella e si aggiudicherà l’Olona, «poi, nel mezzo di quel giallo, si stampò la foto della sua faccia. “Eccu. Ciapa anca quest, bruta troia! Ciapel!” Sopra la foto, il nome: Pessina Dante: e sotto il nome, tra virgolette: “Il dio di Roserio”. Ecco».elio vittorini - uomini e no - elleboro editore

In Uomini e no Elio Vittorini farà invece i conti con la storia, attraverso la Resistenza di Enne 2, sullo sfondo di una Milano e di un tormento d’amore vissuti dal partigiano in sella alla sua bicicletta, «chi passava li vedeva: l’uomo che teneva la bicicletta con una mano, lei che piangeva sulla sua spalla; ed era gente di ritorno dai morti, non se ne stupiva. Quando finì, Berta chiese: “Non mi prendi in canna?” Egli montò sulla bicicletta e la prese in canna. “Ti stancherai” le disse. […] Andarono un pezzo per morte strade; di dentro Porta Romana verso la cerchia dei Navigli, e poi sulla cerchia dei Navigli, verso San Lorenzo, verso Sant’Ambrogio, verso le Grazie, sempre per morte strade, tra case distrutte, nel sole di foglie morte dell’inverno».

E poteva forse la poesia restare insensibile al farsi largo della bicicletta nell’immaginario collettivo? Ai campionati del mondo del 1954 trionfa un ciclista che nei pronostici della vigilia era ormai dato per finito: Fausto Coppi scrive la storia, Vittorio Sereni la riversa in versi, «il campione che dicono finito, / che pareva intoccabile dalla scherno del tempo / e per minimi segni da una stagione all’altra / di sé fa dire che più non ce la fa e invece / nella corsa che per lui è alla morte / ancora ce la fa, è quello il suo campione. / Lo si aspettava all’ultimo chilometro: / «se vedremo spuntare / laggiù una certa maglia…» e qualcosa l’annuncia / un movimento di gente laggiù alla curva, / uno stormire di voci che si approssima / un clamore un boato, è incredibile è lui / è solo s’è rialzato ha staccato le mani / ce l’ha fatta… e dunque anch’io / posso ancora riprendermi, stravincere… / S’erano intanto gli occhi raddolciti / e di poco allentandosi la stretta / s’inteneriva, acquistava altro senso, ritornava / altrimenti violenta. / Per una voce irrotta nella stanza…».vittorio sereni - elleboro editore

E ancora, la bicicletta non è solo il veicolo in sé e il suo ciclista: si fonde con il paesaggio, e stagliandosi dal contesto, sembra quasi dargli luce, tra fonderie, fabbriche e stazioni, luoghi di proletari e di fatiche quotidiane, «attendersi al solo ponte della città / sopra l’acqua ammalata. Cercarsi / tra lunghe pedalate di fonditori / lasciare che il giorno ci abbagli / dietro ardenti armerie / che ai piloni urti il sonno / di molli flottiglie di detriti», in Il nastro di Moebius, di Luciano Erba.

Di regione in regione, la bicicletta ha tracciato itinerari, quasi a scandire il Novecento così ricco di storia. Manubri, ruote e pedali hanno ancora molto da raccontare, e La bicicletta. Dicono di lei. Pedalate d’autore, presto in uscita per Elleboro Editore, dà loro voce, lungo un testo carico di suggestioni. Un modo, leggero e coinvolgente, per guardare con occhi diversi alla biografia più recente del nostro Paese.

La bicicletta. Dicono di lei. Pedalate d’autore non deluderà, anzi. La voglia di dueruote aumenterà esponenzialmente. Leggere per credere…

 

Antonio Scerbo


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