Una goccia di luce sanguigna


Dal 27 luglio 2021 anche i portici di Bologna sono stati riconosciuti bene culturale patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. Solo nel centro storico della città, i portici raggiungono i 38 chilometri di lunghezza, e considerando i portici fuoriporta, si arriva addirittura a 53 chilometri.

portici bologna - elleboro editoreTanta bellezza ha da sempre lasciato il segno nei visitatori della città felsinea, come in Hermann Hesse, «è piacevole passeggiare sotto i portici lungo le belle strade piene di animazione; la città intera è gradevole, è raffinata», o in Hyppolite Taine, «Bologna è una città di portici: ve ne sono ai due lati di tutte le strade principali; è gradevole passeggiarvi, d’estate all’ombra, d’inverno al riparo dalla pioggia», o ancora più diffusamente in Robert Byron, «la caratteristica principale di Bologna è però nei suoi portici, di cui sono dotate non solo le vie del centro cittadino, ma anche quelle laterali e le strade dei quartieri poveri. I frontoni degli edifici poggiano infatti su ogni tipo immaginabile di arco, pilastro e capitello, gotico e classico, in modo che si può camminare sempre all’ombra e sempre al coperto. Di giorno, le ombre nette si contrappongono a brillanti archi di luce. Di notte, il pallido scintillio dei lampioni volteggia lungo i corridoi senza fine, velati dalla calura persistente delle torride giornate agostane. Come in un’enorme e silenziosa piscina coperta, ovunque risuonano echi: ad amplificare il brusio e il baccano dei caffè, a sottolineare il passo solitario di una ragazza perduta o lo sbattere di una porta e il tintinnare di una catena».

bologna le due torri - elleboro editoreMa a caratterizzare Bologna ci sono anche le Due Torri, dall’aspetto «irresistibilmente oppressivo» per Madame de Staël, tanto singolari da stupire Teofilo Gautier, «quelle torri, viste al chiaro di luna, presentano l’aspetto più fantastico che si possa; la loro strana deviazione, smentendo tutte le leggi della statica e della prospettiva, dà le vertigini e fa parer fuor di piombo tutte le abitazioni circonvicine», e da portare Johann Wolfgang Goethe a chiedersene la genesi, «nell’epoca dei torbidi cittadini, ogni grande edificio era una fortezza, in cui ogni famiglia si costruiva una torre. A poco a poco se ne fece una questione di passatempo e di puntiglio; ognuno voleva primeggiare con la sua torre; e quando le torri diritte cominciarono a diventare comuni, vi fu chi se ne costruì una pendente. Architetto e proprietario hanno raggiunto il loro scopo; si passa quasi indifferenti davanti alle molte torri diritte e slanciate, per cercare quella pendente», comunque apprezzando lo spettacolo che sono capaci di offrire, «sul far della sera son salito sulla torre a consolarmi all’aria aperta. Veduta splendida! A nord si scorgono i colli di Padova, quindi le Alpi svizzere tirolesi e friulane, tutta la catena settentrionale, ancora nella nebbia. A occidente, un orizzonte sconfinato, nel quale emergono soltanto le torri di Modena. A oriente, una pianura uniforme fino all’Adriatico, visibile al sorgere del sole. Verso sud, i primi colli dell’Appennino, coltivati e lussureggianti fino alla cima. Era un cielo purissimo; solo all’orizzonte una specie di nebbione secco». Si distinguono però le righe che Giuseppe Raimondi, nel suo Giuseppe in Italia, dedica sì alle Due Torri, ma da esse a Bologna tutta, «le torri di Bologna sono nere del fumo incendiario di famiglie nemiche. Nei vicoli profondi echeggia il grido millenario di congiunti accoltellati. Ristagna nei secoli un sangue barbarico, soffocato invano dalla sorrisa educazione cattolica. Sulle cancellate di chiese distrutte, sulle porte dei palazzi, le punte di ferro a lancia sono nere di un sangue secco. Ferro e spade, spiedi e schidoni. Città di fabbri, di ferrai, armieri, taciturni e maniaci».Bologna. Dicono di lei

Bologna sorprende e ispira, non si sottrae alla poesia: Giosuè Carducci cristallizza il tramonto sulla città, la luce che plana sul «fósco vermiglio mattone» delle Torri e della basilica di San Petronio, la chiesa più grande della città, in piazza Maggiore, « sorge nel chiaro inverno la fósca turrita Bologna, / e il colle sopra bianco di neve ride. / È l’ora soave che il sol morituro saluta / le torri e ’l tempio, divo Petronio, tuo; / le torri i cui merli tant’ala di secolo lambe, / e del solenne tempio la solitaria cima. / Il cielo in freddo fulgore adamàntino brilla; / e l’aër come velo d’argento giace / su ’l fòro, lieve sfumando a torno le moli / che levò cupe il braccio clipeato de gli avi».

E poi piazza del Nettuno e la statua del Giambologna, con il dio del mare dall’«aria fanfarona», per Basile-Joseph Ducos, che «sembra comandare alle acque», secondo Gabriel-François Coyer e la descrizione che ne dà, «quattro tritoni sul piedistallo tengono delle conche che dan luogo ad altrettanti getti d’acqua. Più in basso quattro Naiadi, assise su dei delfini, gettano l’acqua dalle mammelle che esse premono con le loro mani. Esse sono belle e in atteggiamenti più che graziosi».

Ma la città felsinea, la dotta, la rossa, è anche la grassa, e con Guido Piovene «fa pensare ad una rotondità carnosa. Lo stesso dialetto, l’accento, sono abbondanti e tondeggianti. Certe piccole strade medioevali del centro ci riaccostano alla vita reale del Medio Evo più che in altre città, dove il passato è archeologico. Molte bellezze di Bologna, ed anche molti dei suoi negozi migliori, sono, non dirò segreti, bensì avviluppati e nascosti nelle sue pieghe prosperose. Il segreto del ripieno di un piatto succulento. La bellezza a Bologna non si pensa, ma si respira, si assorbe, si fa commestibile». Del resto se ne era accorto sin dal 1898 Pellegrino Artusi, in La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, «quando sentite parlare della cucina bolognese fate una riverenza, ché se la merita. È un modo di cucinare un po’ greve, se vogliamo, perché il clima così richiede, ma succulento, di buon gusto e salubre, tanto è vero che a Bologna le longevità di ottanta e novant’anni sono più comuni che altrove».

ristorante da cesarina bologna - elleboro editoreRistoranti come il Baglioni, ora I Carracci, il Cesarina, il Diana e Al Pappagallo hanno scritto la storia della Bologna gourmand, e «se vuoi conoscere una città veramente dura dove si mangia splendidamente, vai a Bologna», suggerisce Ernest Hemingway.

E un altro nome di non poco conto, Edgar Allan Poe, trova posto nel suo Storia di Arthur Gordon Pym per uno dei totem della gastronomia bolognese, «quello che soprattutto mi inquietava era che nella mia brocca l’acqua s’era ridotta a non più di una mezza pinta, e così io che mi ero abbondantemente pasciuto di mortadella, mi trovai a soffrire la sete», e tutt’altro che trascurabile resta la considerazione di Ippolito Nievo, «si mangia più a Bologna in un anno che a Venezia in due, a Roma in tre, a Torino in cinque e a Genova in venti».

Da una parte Alfredo Testoni e dall’altra Alessandro Cervellati spendono parole d’orgoglio per un certo tipo di pasta all’uovo ripiena: il primo, «i tortellini sono da lungo tempo una specialità bolognese e, una volta, erano “fatti in casa” con una certa solennità nella vigilia di Natale e a quella importantissima operazione prendevano parte tutti i componenti della famiglia. Si mangiavano solamente per le feste natalizie ed era il regalo più in uso che i bolognesi facevano ai parenti e agli amici di fuori.tortellini bologna - elleboro editore I tortellini venivano disposti a strati in canestri di vimini; ma ora vi sono fabbricanti che si prendono la briga di tutto e della nostra celebrata specialità mangereccia mantengono ben provviste le case, gli alberghi e le locande per tutto l’anno», e il secondo, che chiarisce il perché del soprannome Umbelichi Sacri, un’allusione «al bellico di Venere che, si dice, eccitasse l’estro di un cuoco di Bologna alla vista della dea nuda, questa divina creatura, non spogliarellista di professione, ma conservatasi, per vezzo, nuda sin dalla nascita».

Ma non in pane solo vivet homo, e torniamo quindi sotto i portici, magari avendo la fortuna di passeggiare con il poeta, Dino Campana, «una goccia di luce sanguigna, poi l’ombra, poi una goccia di luce sanguigna, la dolcezza dei seppelliti».

 

Antonio Scerbo


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