Per interminabili valli selvose e deserte


Transitare nei pressi della Linea Gotica è farsi attraversare da un brivido storico: ciò che accadde a partite dal 1944 tra Massa Carrara e Rimini avrebbe determinato le sorti di un Paese e di un intero continente, oltre che ridisegnare la geopolitica del mondo occidentale.

Ma qualche decennio prima, nello stesso Appennino tosco-romagnolo, un uomo in solitaria camminava tra eremi e foreste, raccontando nell’istante perfetto della poesia anche i luoghi della sua anima. Dino Campana nasce a Marradi il 20 agosto del 1885, scrisse i Canti orfici, e in vita non ebbe fortuna. Internato a Firenze nel manicomio di San Salvi, morirà il 1° marzo 1932 nell’ospedale psichiatrico di Villa di Castelpulci, nei pressi di Scandicci.linea gotica - elleboro editore

Dopo aver vagabondato tra Firenze e Bologna, a Parigi e in Argentina, Campana nel 1910 decide di recarsi in pellegrinaggio al santuario francescano della Verna, in provincia di Arezzo, nel parco nazionale delle Foreste Casentinesi, che il poeta percorreva infaticabile, preda della sete dei sensi.

Ne scrisse nel Diario di viaggioSalgo (nello spazio, fuori del tempo)«L’acqua il vento / La sanità delle prime cose – / Il lavoro umano sull’elemento / Liquido – Ia natura che conduce / Strati di rocce su strati – il vento / Che scherza nella valle – ed ombra del vento / La nuvola – il lontano ammonimento / Del fiume nella valle / E la rovina del contrafforte – la frana / La vittoria dell’elemento – il vento / Che scherza nella valle. / Su la lunghissima valle che sale in scale / La casetta di sasso sul faticoso verde».

La prosa si avvicenda alla poesia, e sembra di percepire l’affannosa ricerca di Campana, e le soste che non appagano, nel ritmo delle righe, «la Falterona verde nero e argento: la tristezza solenne della Falterona che si gonfia come un enorme cavallone pietrificato, che lascia dietro a sé una cavalleria di screpolature e screpolature nella roccia fino ai ribollimenti arenosi di colline laggiù sul piano di Toscana».dino campana - elleboro editore

La meta, però, si profila, «io vidi le solitudini mistiche staccarsi da una tortora e volare distesa verso le valli immensamente aperte. Il paesaggio cristiano segnato di croci inclinate dal vento fu vivificato misteriosamente. Le altissime colonne di roccia de La Verna si levavano a picco grigie nel crepuscolo, tutt’intorno rinchiuse dalla foresta cupa. […] Il corridoio, alitato dal gelo degli antri, si veste tutto della leggenda Francescana. Fuori il tramonto s’intorbida. Strie minacciose di ferro si gravano sui monti prospicienti lontane. Lontano si vedono lentamente sommergersi le vedette mistiche e guerriere dei castelli del Casentino. Intorno è un grande silenzio un grande vuoto.  Esco il piazzale è deserto. Seggo sul muricciolo».

sibilla aleramo - elleboro editoreEppure Campana seduto scherza come un ossimoro, la passione ne brucia le membra, il cuore non si sottrae all’incendio e scoppia in un rapporto turbinoso dando all’amore il nome di Sibilla Aleramo. I due, dopo uno scambio epistolare, si incontrano a Barco il 3 agosto 1916, e si rivedono tra agosto e settembre a Casetta di Tiara, nei pressi di Palazzuolo sul Senio. L’8 agosto dell’anno successivo il poeta scriveva alla sua amata, «Cara Rina, mi trovo finalmente a Marradi fra le vergini foreste paese che tu pure hai veduto. Compiango il tempo che ho trascorso in paesi meno vergini… Dalle rupi di Campigno, nelle cui rupi pietrose abita permanentemente il falco io spero di superarle e volare sopra di esse con tutta la fierezza e la forza dell’aquila…

Dino Campana

Così detto poeta del presente e dell’avvenire».

Il resto è una storia che finisce nella solitudine e nella malattia, che Claudio Marabini ha voluto ricordare, delicatamente, dando colore alla fusione quasi sinestetica dell’autore dei Canti orfici con il paesaggio dell’Appennino tosco-romagnolo, «quante scarpe Campana ha consumato per le strade che dalla sua Marradi portano a Firenze o a Faenza, dove lui andava a studiare già preso dall’ansia di partire e di andare sempre più in la verso gli ignoti confini del mondo? Sarebbe stato concepibile Campana a Parma o a Modena, o anche a Bologna? Quale malia, inoltre, sprigionano i colli di Marradi e quel Lamone lassù quasi nascosto e inconoscibile (non quieto e silenzioso come a Faenza e più giù) prima di internarsi verso l’alto dei gioghi? La follia di Dino Campana si stacca dalla Romagna toscana come un richiamo, o un’invocazione, a quel viaggio che i romagnoli soprattutto hanno praticato dentro i loro confini».

romagna dicono di lei - elleboro editoreE forse gli innumerevoli passi del poeta lungo quelle terre hanno impreziosito gli elementi, e reso  monumento l’orgoglio della gente del luogo, che trovò durante la Resistenza forze inaspettate, dentro e fuori di sé, «partigiani lo erano stati quasi tutti, con più o meno coraggio, e in un modo o nell’altro ognuno aveva una battaglia da raccontare: se non era Cà di Guzzo era Cà di Malanca, o Monte Battaglia o il Falterona», in Asce di guerra, di Vitaliano Ravagli e Wu Ming.

Per esempio, «Orfeo Sabatini detto “e Fatòr” è un settantenne minuto, carnagione scura. Preferisce esprimersi in romagnolo. Non solo è stato amico del comandante Bob, ma a quindici anni ha partecipato ad alcune delle azioni più epiche della Trentaseiesima: il Castagno, Monte Battaglia, la prima linea a Borgo Tossignano. Monte Battaglia è fin troppo facile da raggiungere con tutti i cartelli e ruderi del castello sulla cima. Ritrovare il luogo esatto della battaglia del Castagno ci è parsa una sfida più allettante. Usciti da Imola infiliamo la statale Casolana e la prima sosta è una frazione a pochi chilometri da Riolo Terme, caffè e cappuccino prima di entrare sulle montagne. […] Superata Casola Valsenio di una decina di chilometri, lasciamo la provincia di Ravenna per quella di Firenze. Poco prima di Badia Susinana, imbocchiamo una strada che inerpica a tornanti stretti verso un ristorante-agriturismo. Dal parcheggio per le auto un sentiero entra nel bosco. Raggiungiamo il versante di un canalone che degrada verso il fondovalle. Il punto è molto panoramico. E Fatòr fa da Cicerone. “Allora vedi, quello laggiù, con la torre in vetta è monte Battaglia. Le case là infondo sono quelle di Castagno. I tugni e i fascisti son venuti su di lì per prendere il crinale”».

Se ci si muove «per interminabili valli selvose e deserte», tra i luoghi della Linea Gotica, si può avere la fortuna di sentire vibrare la poesia, e di avvertire, ancora, l’eco della storia.

 

Antonio Scerbo


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