Giovanni Pascoli e la sua Romagna solatìa


Giovanni Pascoli con un cappelloIl 31 dicembre 1855 nasceva Giovanni Pascoli, in quel di San Mauro di Romagna, in provincia di Forlì. Spesso, quando un poeta canta i suoi luoghi, riesce a strapparli al tempo, conservandoli in una bolla di eternità, «Ora Zufulè e io stavamo scendendo verso San Mauro a Mare proprio perché ci era parso di non essere riusciti a ritrovare alcuna sorgente della ispirazione di Zuanì nemmeno tra le sue cose. Non avevamo visto fanciulli nel paese, sicché ci venne il sospetto che quel tipo di gente si fosse trasferito alla spiaggia a San Mauro a mare. Questo è un breve tratto di riva adriatica con molti bagnanti, anche tedeschi e francesi. Ma c’erano anche molti bambini, i quali, con le loro mamme e le loro nonne, facevano da ghirlanda alle onde. Capimmo, dalla parlata e dai modi, che quei bambini appartenevano alla topografia pascoliana. Dissi a Zufulè:“Guarda quelle donne e quei bambini! Non ti sembra una vista pascoliana? Non senti, su questa spiaggia, una bontà che altrove non c’è?” Rispose Zufulè: “Forse te hai ragione. L’è una spiaggia, San Mauro a Mare, che fa tenerezza”, scrive Max David, nato a Cervia, nel suo contributo Strane storie romagnole al volume del 1962, Questa Romagna. Documenti di storia, costumi e tradizioni, rinvenendo l’eco della poetica di Pascoli.

Veduta dall'alto di San Mauro Pascoli
La giovinezza del poeta non fu però idilliaca, perse nel giro di un anno i due genitori, prima il padre Ruggero, assassinato, e ne nacquero La cavalla storna, «O cavallina, cavallina storna, / che portavi colui che non ritorna; / lo so, lo so, che tu l’amavi forte! / Con lui c’eri tu sola e la sua morte», e X agosto, «Ora là, nella casa romita, / lo aspettano, aspettano in vano: / egli immobile, attonito, addita / le bambole al cielo lontano», e poi la madre Caterina, per un colpo al cuore, e ne nacque L’anima, in Odi e inni, «Ma, quando anch’io?… morivi / pure anche tu… Tremando / l’attimo io vedo, quando / non ti penserò più!». E com se non bastasse, Pascoli subirà anche la morte di una sorella e di due fratelli.

Copertina di Romagna. Dicono di lei. Un viaggio letterario - Elleboro Editore
Il poeta mosse allora per Bologna, si iscrisse alla Facoltà di Lettere dell’Università – Giosuè Carducci fu tra i suoi docenti –, conobbe Severino Ferrari, che ricorderà poi in Romagna – «Sempre un villaggio, sempre una campagna / mi ride al cuore (o piange), Severino: / il paese ove, andando, ci accompagna / l’azzurra vision di San Marino: / sempre mi torna al cuore il mio paese / cui regnarono Guidi e Malatesta, / cui tenne pure il Passator cortese, / re della strada, re della foresta. / […] / Ma da quel nido, rondini tardive, / tutti tutti migrammo un giorno nero; / io, la mia patria or è dove si vive: / gli altri son poco lungi; in cimitero. / Così più non verrò per la calura / tra que’ tuoi polverosi biancospini, / ch’io non ritrovi nella mia verzura / del cuculo ozioso i piccolini, / Romagna solatìa, dolce paese, / cui regnarono Guidi e Malatesta; / cui tenne pure il Passator cortese, / re della strada, re della foresta» –, si avvicinò al socialismo e divenne anche segretario della Federazione bolognese dell’Internazionale dei lavoratori. Incarcerato per aver partecipato a una dimostrazione anarchica, verrà rilasciato dopo tre mesi di detenzione. Nella città tappa irrinunciabile del Grand Tour ottocentesco, Pascoli strinse grande amicizia col barbiere Alberto Fabrizi, al quale dedicherà una filastrocca, «Questo che sembra arnese di cliniche e di ospizi è la poltrona del parrucchiere Fabrizi».

Copertina di Bologna. Dicono di lei. La città nella letteratura
E nel 1895 il poeta si allontanò dalla sua Romagna e insieme alla sorella Maria detta Mariù si trasferì in Toscana, a Castelvecchio, nel comune di Barga, in provincia di Lucca. Solo due anni dopo, il 10 maggio 1897, firmerà una lettera per i concittadini di San Mauro «Vi ripeto che io ho una speranza: quando sarò morto, quando riposerò in codesto camposanto, presso mio padre e mia madre, verrà qualcuno (io spero) a visitare il luogo dove sarò sepolto e dove nacqui; verrà qualcuno, perché la mia poesia, tenue e umile, ha pure una vena di profumo, ora appena sensibile, pur crescerà e si farà distinta nell’ombra della notte. All’ignoto ospite direte che quella poesia io la derivai dall’amore verso il mio piccolo e ridente paese. E l’ospite saluterà allora commosso il mio mondo ideale che ha per confini il Luso e il Rio Salto, e per centri la chiesuola della Madonna dell’Acqua e il camposanto fosco di cipressi». Il piccolo borgo ispirerà Pascoli, tanto che nel 1903 verranno alla luce i Canti di Castelvecchio, il dolore per la scomparsa della madre tornerà e troverà sublimazione in Commiato, «Una stella sbocciò nell’aria. / Le risplendè nelle pupille. / Su la campagna solitaria / tremava il pianto delle squille. / — È ora, o figlio, ora ch’io vada. / Sono stata con te lunghe ore. / Tra questi bussi è la mia strada; / la tua, tra quelle acacie in fiore. / Sii buono e forte, o figlio mio: / va dove t’aspettano. Addio!».

I Canti di Castelvecchio e altri cinque tomi con le poesie di Giovanni Pascoli
La «vena di profumo» della poesia «tenue e umile» sarebbe poi cresciuta, distinguendosi, come nei desideri di Pascoli, «nell’ombra della notte», e iscrivendo il poeta nell’Olimpo della letteratura, dell’Ottocento e oltre.
Ora, però, ci piace ricordare Giovanni Pascoli con le parole di un altro figlio della «Romagna solatìa, dolce paese», il Renato Serra degli Scritti critici, «Non è questo dunque il paese del mio poeta, il paese ove andando ci accompagna l’azzurra visione di San Marino? Ecco l’Emilia, bianca dura e pulita fra le sue gracili siepi, co’ suoi ponticelli, sotto cui passano i rii dal bel nome romano: la vecchia grande strada ci invita a Savignano dalle cui selci sonanti fino alla Torre e al Cimitero di San Mauro è così breve il cammino. Ma da ogni sasso e da ogni siepe lungo quel cammino pare che le canzoni del poeta debbano volar via come uccelli dal nido. Dalle punte di San Marino fino al mar di Bellaria e alla pineta di Ravenna, dal Rubicone alla Marecchia, in ogni angolo di questa terra e in ogni aspetto e in ogni forma, io vedo presente il poeta».
Difficile, comunque, veder morire la poesia.

 

Antonio Scerbo


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