Nei ricordi dell’infanzia l’estate prende un posto tra i più luminosi, le vacanze e le interminabili giornate, i giochi, gli amici che tornano, che si raggiungono, i lunghi periodi lontano da casa, a volte in campagna, altre in montagna, spesso al mare.
La sensazione, il sentimento e il sogno si condensano in splendida forma, e in età adulta se ne avverte ancora il luccichio, e non manca la malinconia.
Sia come sia, il Bel Paese sa come offrire occasioni di quiete, ristoro e gioia; nelle sue innumerevoli cornici, d’arte e natura, l’Italia lascia che l’estate respiri a pieni polmoni, in Romagna, per esempio, nella Valmarecchia, se vogliamo, o lungo il mare, se ci piace, a Viserba, Cesenatico, Cervia.
O ancora a Bellaria, che, in Elio Pagliarani, «mi parve buona scelta, non so più cosa dire, tu sei scesa a Ferrara, io scendo al capolinea», il Pagliarani di Canto d’amore, che a Viserba era dedito a lunghe passeggiate con la moglie Cetta, fino a Villa Serena, «sulla sabbia ho lottato per aprirti / e scioglierti d’un dubbio, sottoveste / da treni popolari. / Sa dio cosa / credevo di vedere, nei suoi mobili / occhi. / Se questa fosse colpa!, andiamo, / illusione d’età, che lascia il segno / è la menzogna: dichiarata grande / la vita, eccomi a torcere la schiena / a dire: è strano è strano, come un’oca. / Riconosco che invece d’affogare / ti ho adoperata come un salvagente. / Qui, dove il mare ha rotto, non rimane / memoria, e se mi coglie tradimento / dal profondo, è la notte chiarezza / connubio mare luna in queste terre / basse, è Villa Serena così spoglia, / silenzio, smarrimento alle minacce dell’alba».
Di padre romagnolo e madre marchigiana, Alfredo Panzini, «l’undici di luglio, alle ore due del pomeriggio, io varcavo finalmente, dall’alto della mia bicicletta, il vecchio dazio di Porta Romana. La meta del mio viaggio era lontana: una borgata di pescatori sull’Adriatico, dove io ero atteso in una casetta sul mare: questa borgata supponiamo che sia non lungi dall’antico pineto di Cervia e che, per l’aere puro, abbia il nome di Bellaria», in La lanterna di Diogene, e ancora «Bellaria è un’oasi tranquilla in Romagna: la gente vi è mite e gentile. Chi a Bellaria non possiede la sua casetta, la sua barca? Il suo arenile? La sua bottega?», scrive invece in Diario sentimentale della guerra.
Il litorale della Romagna troverà voce ennesima in Guido Piovene, «dato uno sguardo a Cesenatico, dove vive il maggiore scrittore romagnolo vivente, Marino Moretti, ultimo di una serie scomparsa», che il 24 dicembre 1907 scrive a sua volta della stessa città tra Rimini e Ravenna ad Aldo Palazzeschi, «qui non fa freddo, ma il grigio incombe e il sole, quando c’è è malato come una poesia di Baudelaire». Tra le memorie autobiografiche di Moretti quindi anche Cesenatico, e una storica progenitura, «noi non avremmo forse storia, e saremmo felici, se non si fosse scoperto nel piccolo codice vinciano uno schizzo di Leonardo che sarebbe come un appunto, una nota grafica, un promemoria del futuro porto di Cesenatico. Due linee curve raffiguranti un tratto di canale al quale confluisce un canale minore, poco a valle del quale è indicato un ponte. Cesenatico infatti è tutto qui. Il 6 settembre 1502 a ore 15 Leonardo fu appunto su queste rive col Valentino ed ora è come se fossimo tutti suoi figli».
E se per certi versi i romagnoli sono in debito con Leonardo da Vinci, tanto invece deve loro Giuseppe Garibaldi, che nelle paludi del ravennate trovò solidarietà e la via giusta per la fuga con i suoi verso Venezia, perdendo purtroppo, a Mandriole, nella fattoria Guiccioli, la sua amata Anita, «le ultime parole, gli ultimi pensieri di lei furono per i suoi figli. Peppino la strinse forte tra le braccia. Arrivò finalmente il buon dottor Nanni. Il Generale lo supplicò di tentare di salvarla. Il proprietario della fattoria, Ravaglia, portò un materasso. Dopo averla adagiata, Michele Guidi, Garibaldi, Leggero e il dottor Nanni la portarono in casa, salendo fino a una camera in cima alle scale. Morì prima di arrivarci. Garibaldi scoppiò in un pianto disperato. Non riusciva a separarsi dal suo corpo. I soldati austriaci stavano per irrompere nella fattoria», il dramma della Trafila, in Anita. La donna che insegnò a Garibaldi ad andare a cavallo, di Anthony Valerio.
A narrare di una Cervia antica fu Grazie Deledda, e di quel lato selvaggio così simile alla sua Sardegna, «i tetti bassi di vecchie tegole, coi comignoli fumanti, il grido delle anatre, le voci gravi della terra, ti rimandano al tuo villaggio natio, al quale si torna volentieri col pensiero, specialmente quando si ha la sicurezza di non rivederlo mai più…», in Agosto felice, oppure, ancora, «la sua casa, infatti, era nascosta da quel mazzo d’alberi, circondato a sua volta da una siepe nera, alta e fitta come un muro: l’insieme dava l’idea di un grande cesto ricolmo di foglie dalle quali spuntava appena uno spigolo di tetto rossiccio con un comignolo grigio. L’uomo camminava lungo la siepe quasi sfregandovisi come il cane che ha ritrovato il suo padrone.
No, una volta là dentro, nessuno più poteva molestarlo: tuttavia, arrivato al cancelletto di rami tutto foderato di una rete di ferro, si volse diffidente a guardare se dal prato gli uomini lo vedevano. Non lo vedevano, né lui li vedeva: allora si guardò attorno rassicurato. La solitudine e il silenzio erano tali ch’egli sentiva le tarantole e le cavallette muoversi tra le foglie», in Il segreto dell’uomo solitario, in cui il protagonista mal sopporta l’arrivo di gente sconosciuta. La scrittrice premio Nobel soggiornò inizialmente a Villa Igea, e innamoratasi del luogo acquistò una casa sul mare, ribattezzandola Caravella: dava sul viale Cristoforo Colombo. E nel 1935, un incontro: l’autrice di Canne al vento ricevette la visita di Giuseppe Ungaretti, «mai come questa sera, nel vibrante cerchio di spiriti riuniti intorno a lui, come i raggi della ruota intorno al pernio, abbiamo sentito il mistero di forza, che la potenza di sentimento di un uomo può muovere nel cuore dei suoi simili».
A Cervia, nel 1958, il poeta conobbe la giovane insegnate Jone Graziani, e ne nacquero amore e versi, «i tuoi occhi che vedo dal basso continuano a guardarmi. Bacio la punta delle tue dita, hanno il sapore di te, della tua oscurità che mi fa impazzire».
E Giorgio Bassani, lo scrittore delle ambientazioni borghesi, vive Cervia quasi fosse un’oasi, «le barche sono tutte in porto. Più scafi che acqua, più vele che cielo.
I pescatori scalzi siedono sulle tolde nere di catrame lavate di fresco. La nostra villa dava sul mare. Un viottolo tra le dune, una parata di capanni, una flotta di tende e poi il desiderio infinito dell’Adriatico», dove stemperare ogni tensione. E sempre in Racconti, diari, cronache, «mai ascoltai con tanta voluttà il canto delle onde frangentisi sulla riva, mai mi mescolai con tanta avidità, con così piena gioia nel grande spirito generoso. Spinsi la nave in acqua. Mi sentivo forte, giovine, ardito. La vela carpì il vento, diede ala al legno. La prora scivolò sempre più veloce andando di cozzo all’onda. Uscii nel largo, nel mare aperto».
Ma torniamo all’inizio, chiudiamo il cerchio, ascoltiamo di nuovo Elio Pagliarani, che a Viserba, in un giorno d’estate, immobilizza in spiaggia la sensazione, «il mare è discreto il sole / non fa rumore / il mondo orizzontale / è senza qualità».
Antonio Scerbo