Milano, Teatro alla Scala


La Prima alla Scala si tiene ogni anno il 7 dicembre, ma solo dal 1951, quando l’allora direttore artistico del teatro, Victor de Sabato, decise di inaugurare la stagione lirica propio il giorno di Sant’Ambrogio, e non più il 26 dicembre. In quella stessa data le luci della ribalta furono tutte per Maria Callas, protagonista de I Vespri Siciliani di Giuseppe Verdi.

Copertina di Milano. Dicono di lei. La città nella letteraturaBinomio del resto indissolubile quello tra il Teatro alla Scala e il Maestro, che raggiunse il successo nella serata del 9 marzo 1842, con la sua terza opera lirica, Nabucco, composta sul libretto di Temistocle Solera, «Dal Nabucco in poi non ho avuto, si può dire, un’ora di quiete. Sedici anni di galera!», confessa Verdi alla contessa Clara Maffei in una lettera del 12 maggio 1858. Singolare la genesi dell’opera, come racconta il compositore – ancora in una missiva, datata 19 ottobre 1879 – all’editore Giulio Ricordi, «Rincasai e, con un gesto quasi violento, gettai il manoscritto sul tavolo, fermandomisi ritto in piedi davanti. Il fascicolo cadendo si era aperto: senza saper come, i miei occhi fissarono la pagina che stava a me innanzi, e mi si affacciò questo verso: “Va, pensiero, sull’ali dorate”. Scorro i versi seguenti e ne ricevo una grande impressione, tanto più che erano quasi una parafrasi della Bibbia, nella cui lettura mi dilettavo sempre. Leggo un brano, ne leggo due: poi, fermo nel proposito di non scrivere, faccio forza a me stesso, chiudo il fascicolo e me ne vado a letto! Ma sì… Nabucco mi trottava pel capo! Il sonno non veniva: mi alzo e leggo il libretto, non una volta, ma due, ma tre, tanto che al mattino si può dire che io sapeva a memoria tutto quanto il libretto di Solera. Con tutto ciò non mi sentivo di recedere dal mio proposito, e nella giornata ritorno al teatro e restituisco il manoscritto a Merelli. “Bello, eh? – mi dice lui. “Bellissimo” – «Eh!… dunque mettilo in musica!” – “Neanche per sogno… non ne voglio sapere” – “Mettilo in musica, mettilo in musica!». E così dicendo prende il libretto, me lo ficca nella tasca del soprabito, mi piglia per le spalle, e con un urtone mi spinge fuori del camerino. Che fare? Ritornai a casa col Nabucco in tasca: un giorno un verso, un giorno l’altro, una volta una nota, un’altra volta una frase e, a poco a poco, l’opera fu composta».Giuseppe Verdi, seduto

La città di Milano resterà legata a Giuseppe Verdi, dimostrandogli sempre infinita gratitudine, come nei giorni che precedettero la di lui morte, quando le strade circostanti il Grand Hotel et de Milan, dove il Maestro alloggiava, vennero ricoperte di paglia, in modo da lenire il rumore causato dai cavalli e dalle carrozze, evitando così di disturbare il riposo del vecchio compositore.

Ma il Nuovo Regio Ducal Teatro alla Scala, ancor prima che il Nabucco contribuisse a espanderne l’eco e il clamore, godeva di grande fama in Europa, come certifica Stendhal in Rome, Naples et Florence, «Milano, 4 novembre 1817. Arrivo alle 7 di sera stanco morto: corro alla Scala. Il mio viaggio è pagato. I miei organi sfiniti, avevano quasi perduto la capacità di godere. Tutto ciò che la fantasia più orientale può sognare di più strano, di più impressionante, di più ricco di bellezze architettoniche, tutto ciò che si può immaginare di drapperie fastose e di personaggi che hanno non solo gli abiti, ma la fisionomia, ma i gesti dei paesi in cui l’azione si svolge, questa sera l’ho visto». Lo scrittore francese racconta di come non fosse il solo, tra gli uomini di lettere di quel tempo, a essere attratto dal fascino della Scala, «Fu nel 1816 ch’io lo incontrai al teatro alla Scala, a Milano nel palchetto di Lodovico di Breme. Fui colpito dagli occhi di Lord Byron mentre ascoltava un sestetto di un’opera di Mayer intitolata Elena. In vita mia non ho mai visto niente di più bello ed espressivo. Oggi ancora, se penso all’espressione che un grande pittore dovrebbe dare al genio, questa testa sublime appare ai miei occhi. Ebbi un moto d’entusiasmo e, dimenticando la giusta ripugnanza che un uomo di una certa fierezza deve sentire a farsi presentare a un pari d’Inghilterra pregai Breme di farmi conoscere Lord Byron».Copertina di Rome, Naples et Florence en 1817, di Stendhal

Ad attirare invece a teatro l’attenzione di John Cam Hobhouse, scrittore e politico amico di Lord Byron, fu ben altro, «Qui, alla Scala, ogni donna riceve tutte le sere gli amici e brilla tutta sola nel palco, dove, per non prendere a prestito un’idea francese, è l’unico oggetto delle galanterie e delle carezze dei visitatori. Le donne che non hanno un bene di possedere uno dei duecento palchi di questo teatro ricevono qualche amico e fanno con loro un tarocco infiorato di parole piuttosto volgari».

Sia come sia, oltre all’arte, all’eleganza e allo sfarzo, la Scala conobbe anche il fuoco e la devastazione: il bombardamento che colpì Milano nell’estate del 1943 provocò gravi danni alla struttura, e i lavori per la ricostruzione si protrassero fino al 1946, quando l’11 maggio Arturo Toscanini diresse quello che fu poi definito «il concerto della ricostruzione». Sulle pagine del Corriere della Sera del giorno successivo, ne scrisse il critico musicale Franco Abbiati, «Il maestro Arturo Toscanini è passato ieri sera alla Scala risorta come il saggio favoloso che ritorna all’amore di chi lo pianse perduto e lo ritrova sicuro e forte nell’insegnamento. La prima memorabile sera del ritrovamento di un tempio ancora tanto splendido e di un sacerdote ancora tanto puro, il pubblico ha voluto improvvisare lo spettacolo vivo e trascinante di se stesso e della propria esultanza dentro la cornice d’oro della Scala risorta: lo spettacolo di una immensa casa, finalmente ricostruita per l’avvenire».Arturo Toscanini durante la direzione di un'orchestra

E a completare il quadro, il dietro le quinte, con pratiche spesso licenziose, tra gioco d’azzardo e festicciole, «Nel palco era un va e vieni di signori colla cravatta bianca, e il fiore alla bottoniera, come i lacchè delle carrozze di gala, che pareva un porto di mare. E ogni volta che l’uscio si apriva arrivava come uno sbuffo di musica e d’allegria, una luminaria di tutti i palchetti di faccia, e una folla di colori rossi, bianchi, turchini, di spalle e di braccia nude, e di petti di camicia bianchi. Anche la contessa aveva le spalle nude e le voltava al teatro, per far vedere che non gliene importava nulla. Un signore che le stava dietro, col naso proprio sulle spalle, le parlava serio serio, e non si muoveva più di lì, che doveva sentir di buono quel posto. L’altra amica, una bella bionda, badava invece a rosicarsi il ventaglio, guardando di qua e di là fuori del palco, come se cercasse un terno al lotto, e si voltava ogni momento verso l’uscio del corridoio, con quei suoi occhi celesti e quel bel musino color di rosa», è la cronaca di Giovanni Verga, riportata già nel 1883 in Per le vie.Copertina di Per le vie, di Giovanni Verga

Suo malgrado simbolo di ricchezza e ostentazione, il Teatro alla Scala ha anche rappresentato lo sfondo di tensioni e proteste, «Uova marce sulle pellicce delle signore, qualche petardo fra i piedi di gentleman in smoking, Pertini e Craxi costretti ad entrare da un ingresso secondario. Come ai tempi di Mario Capanna la prima della Scala è stata l’occasione per una contestazione in piena regola. In prima fila quasi 300 operai della Magneti Marelli freschi di licenziamento, poi sparsi un po’ dappertutto gruppetti di appartenenti a Democrazia Proletaria, Lotta Continua e Quarta internazionale. Bersagliati da un lancio fitto di monetine Mario Schimberni presidente della Montedison e Gianni De Michelis ministro del Lavoro; quest’ultimo è stato accolto al grido di “sciacallo, sciacallo”. Anche Valentina Cortese, fragile cammeo con gli occhi sbarrati, ha preso la sua dose di fischi ed insulti. Più furba Carolina di Monaco che a passo svelto, si è infilata dentro il teatro da una porticina laterale. Cantanti lirici e direttori di giornali, industriali brianzoli e giapponesi imbalsamati hanno avuto un brivido di paura quando i petardi hanno cominciato a fioccare», dalle pagine de La Repubblica dell’8 dicembre 1984, a firma Giorgio Leonardi e Guido Vergani.

Quasi a dire che la bellezza, per quanto maestosa, ha una sua complessità, e che nel turbinio di luci e passioni accresce la sua fama. Così la Scala, e così la sua città, Milano. Bello esserne gli spettatori.

 

Antonio Scerbo


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