Le speranze cadute sulle pietre


Milano è una città ricca di suggestioni, storiche, artistiche, letterarie. Molti dei suoi quartieri sembrano avere voce propria, quasi raccontando di sé ai visitatori. Se ne resta ammaliati, e spesso capita di pensare a come sarebbe stato vivere proprio in quegli stessi luoghi, «sono anche, sparpagliati, sconquassati, asfissiati dalla Milano utilitaria, gli avanzi di vecchi quartieri, spesso soltanto un paio di case, un crocicchio, che non riescono a morire, anzi si fanno luce come arbusti contorti tra i cementi ed i marmi. Milano è forse la città che ci invita di più a quelle esplorazioni senza meta precisa che sono guidate dal cuore», per Guido Piovene, in Viaggio in Italia.milano dicono di lei elleboro editore

Si prenda per esempio il quartiere delle case di ringhiera, dall’edilizia tipica del primo Novecento, con i ballatoi che collegano le case le une alle altre e nel mezzo i cortili. Agli inizi del XX secolo le case di ringhiera, a Milano, hanno ospitato un’umanità viva e pulsante, brulicavano di gente, tutto un andare e un venire, qualcuno fuggiva, qualche altro vi si nascondeva, i traffici e il malaffare erano all’ordine del giorno, e risate, urla, un sottofondo costante e vociferante, nient’altro che la babele dello strato più basso della popolazione di Milano, «il sublocatore va lui stesso ogni sabato a raccogliere i fitti, qui due lire, là cinquanta centesimi, là 60. Cento stanze, cento famiglie: ogni stanza contiene 5 o 6 persone. La più parte delle donne le ho viste a lavorare in guanti, 1 lira e mezza per 14 ore di lavoro. Quando il lattaro viene in corte, dà un grido, e tutte discendono. I bimbi sono bianchi rossi, ed allegri – molti, bellissimi», scrive Carlo Dossi, in Note azzurre.

A comporre la «disgrazia di queste case», nelle parole del poeta Franco Fortini, c’erano operai e artigiani, ciabattini, corniciai, materassai e rigattieri, sartine e ballerine, e lungo il Naviglio, quasi in una riproposizione di Montparnasse, anche pittori, scultori, incisori e ceramisti. La particolare struttura delle «ululanti topaie», in un’espressione di Carlo Emilio Gadda, con passaggi di ogni sorta, simile a un labirinto con entrate e uscite comunicanti, favoriva la vita delle ombre, e balordi di ogni fatta, prostitute, in una parola la malavita, vi avevano gioco facile, un amore - dino buzzati«esisteva in Corso Garibaldi, a Milano, un gruppo di vecchissime case addossate le une alle altre in un groviglio di muri, di balconi, di tetti, di comignoli. Dove lo spirito della città antica, non quella dei signori ma quella dei poveri, sopravviveva con una singolare potenza. […] E fra il numero 72 e il 74 c’era un passaggio sormontato da un arco, una specie di porta che immetteva in uno stretto e breve vicolo. C’era anzi una targa in pietra su cui era scritto: Vicolo del Fossetto. È così angusto l’ingresso della minuscola strada che la maggioranza dei passanti non se n’accorge nemmeno. Ma, dopo otto nove metri, il vicolo si allarga in una specie di piazzetta contornata da edifici decrepiti. È un angolo dimenticato, un labirinto di viuzze, anditi, sottopassaggi, piazzuole, scale e scalette dove si annida ancora una densa vita. Lo chiamano, chissà perché, la Storta. […] Laggiù era la Milano da cui veniva Laide. Le case dei ballatoi col tanfo di gatto, coi vasi fioriti di maggio e le mutande appese e la voce della giovane che canta con abbandono e la lite orrenda fra lui e lei con parole che ripetere sarebbe vergogna», uno scorcio, un emblema, ritratto da Dino Buzzati in Un amore. E se le fiamme sopravvengono, con Gadda in L’incendio di via Keplero, lo sciame e tutti i suoi colori si riversano inevitabilmente in strada, canto milano - alda merini«ne disprigionò fuori a un tratto tutte le donne che ci abitavano seminude nel ferragosto e la lor prole globale, fuor dal tanfo e dallo spavento repentino della casa, poi diversi maschi, poi alcune signore povere e al dir d’ognuno alquanto malandate in gamba, che apparvero ossute e bianche e spettinate, in sottane bianche di pizzo, anzi che nere e composte come al solito verso la chiesa, poi alcuni signori un po’ rattoppati pure loro, poi Anacarsi Rotunno, il poeta italo-americano, poi la domestica del garibaldino agonizzante del quinto piano, poi l’Achille con la bambina e il pappagallo, poi il Balossi in mutande con in braccio la Carpioni, anzi mi sbaglio, la Maldifassi, che pareva che il diavolo fosse dietro a spennarla, da tanto che la strillava anche lei».

Una realtà a dir poco pittorica, poetica, «si entra in queste case senza dimora con l’idea precisa e la speranza di trovare la fatalità il destino si considerano le pietre gli abitanti i luoghi le speranze cadute sulle pietre le voci dei bimbi che un tempo salivano sopra gli alberi», nei versi di Alda Merini, di certo un’epopea popolare, il simbolo di quell’Italia della nascente industrializzazione, dell’emigrazione, della questione sociale, uno spaccato che mantiene oltre il tempo il suo marchio, «sono di nuovo nella Milano vecchia. ascolto il tuo cuore, città - alberto savinioDelle abbattute case sopravvivono pochi lembi, un’ala tronca e rivestita ancora di un’antica tappezzeria rosa, la rivelata intimità di una camera da letto, le due superstiti pareti di ciò che fu “on tinèl”: stracci di vela sull’antenna di una nave battuta dalla tempesta. Brulicano intorno i piccoli commerci, le piccole industrie, la minuta attività della vecchia vita, colorita e vociosa», con Alberto Savinio, in Ascolto il tuo cuore, città.

Delle case di ringhiera scrissero anche Giovanni Verga, Bruno Sperani, Delio Tessa, Giovanni Testori, e altri ancora, tutti raccolti in Milano. Dicono di lei. La città nella letteratura, una tra le tante guide letterarie di Elleboro Editore. La Milano di oggi che contiene la Milano di ieri: con gli occhi giusti, e tra le pagine di Milano dicono di lei. La città nella letteratura è possibile un viaggio nel passato, per meglio intendere il proprio tempo.

 

Antonio Scerbo


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