Brera e l’editoria. E il disincanto del mondo


Quel che scriveva Giovanni Raboni nel 1983, «forse Milano era soltanto al centro di se stessa, anche se dava l’impressione d’essere al centro di qualcosa (in ogni caso non era – come è adesso, sempre più – alla periferia del nulla)», era forse la rassegnazione di uno sguardo ormai consapevole del disincanto del mondo, quando ogni componente magica si sfalda con l’incedere della razionalità scientifica. giovanni raboni elleboro editore

A Milano, il quartiere Brera visse del suo stesso mito, quando le vie dell’editoria furono fulgide di bellezza, tanto che, ricorda Raboni, «andando alla Mondadori, nella vecchia, labirintica, amabile sede di via Bianca di Savoia, era possibile incontrare, in un solo pomeriggio, dietro o davanti a qualche scrivania, Sereni e Vittorini, Paci e Cantoni, Ferrata e Debenedetti, Fortini e Solmi, Buzzati e Del Buono», qualcosa di molto simile a una passeggiata letteraria, nonostante, in realtà, il poeta stesse recandosi semplicemente in un luogo di lavoro.

Ed è proprio in prossimità del giorno 1 maggio, Festa dei lavoratori, che desideriamo riassaporare l’atmosfera della Milano in cui la letteratura riuscì a farsi lavoro e industria, e di rimando l’industria seppe come alimentare la letteratura, rendendo la città meneghina lo snodo culturale – e non solo – dei decenni a venire. Avrebbe poi scritto Vittorio Sereni «poeti e funzionari di poeti».

Un mondo che a oggi sembra perduto, o nella migliore delle ipotesi disarmato, di fronte a una crisi che storna le coscienze dallo slancio vitale tipico dell’arte e di tutte le sue forme.

milano dicono di lei elleboro editoreE tra queste, i libri, irriducibili sacche di resistenza, testimoni di quella forza entropica capace di regalare scorci tra i più mirabili, come per bocca di Guido Ceronetti: «nella Lampada di Mario Sironi, a Brera, un manichino femminile abbassato il saliscendi indica sfiorandola la lampadina accesa, che rischiara un tavolo verde su cui è una piramide di legno, di quelle che si fanno per sperimentare uno spazio sottratto alla corruttibilità. Presso al tavolo è una sedia Thonet. Il manichino ha scarpine bianche col tacco alto. Una finestra è aperta sul buio, una strada, un cielo notturno che nessuna luce rischiara».

Un caleidoscopio di figure ispirate, una verve creativa che impreziosisce gli spazi, «il bancone del Jamaica è tutto un tintinnio di bicchieri, tazzine, piatti che cozzano gli uni contro gli altri. Le coppe da champagne svettano accanto ai tumbler da whisky. I bicchieri delle grappe si accoppiano tra loro. Il baloon del cognac flirta con il suo omologo del barbaresco, dove le labbra di Lucio Fontana si sono mischiate con quelle di Salvatore Quasimodo e quelle di Ugo Mulas con quelle di Mario Dondero in un bacio fotografico a distanza», nella finzione così realistica di Non mi dire chi sei. Il caso Giuditta, di Erica Arosio e Giorgio Maimone.

È di una prorompente vitalità, il quartiere Brera, e a restarne travolto è anche Luciano Bianciardi, che per interposta persona – Luciano Bianchi – ne stampa ancora una cartolina, con La vita agra, «In quel punto la via Adelantemi inverte il suo nome, e continua ciottolosa – soltanto la carreggiata di pietra liscia al centro, e per il resto selci tondi di fiume – e passa dinanzi a un bottegone di antiquario, tre o quattro ristoranti, dove mangiavamo noi, cambiando porta secondo i soldi che avevamo in tasca: il Quattrino era il più economico, non c’erano né tovaglie né tovaglioli, e la pastasciutta te la scodellavano con le mani in quel buco di cucina così accosto ai tavoli di legno che d’inverno molti li preferivano appunto per questo. Più avanti via Adelantemi (col nome invertito però) vantava due postriboli, sì che non riuscivi a dirne il nome senza sorridere un po’». luciano bianciardi elleboro editore

Ma l’eco di una Milano grande fabbrica letteraria giunge da più lontano, forse portando in germe i successi editoriali del Novecento: in una lettera all’abate Francesco Cancellieri, Giacomo Leopardi esprime infatti il suo deluso stupore, «a Milano si stampa quel che si vuole da chi ha la fortuna di trovarvisi e tutto a conto degli stampatori o con sicurezza dell’esito. […] Tutti stampano e solamente a noi miserabili non è concesso di stampare nulla».

il dottor zivago boris pasternak elleboro editoreSia come sia, e tenendo sullo sfondo la suggestione del quartiere Brera e dei suoi dintorni, uno stradario dedicato darebbe – eccome – la cifra dell’editoria di quei tempi: in via della Spiga, La nuova editrice Garzanti, e Riccardo Bacchelli, Curzio Malaparate, Elsa Morante, Goffredo Parise, Pier Paolo Pasolini e Paolo Volponi; in via Durini, Bompiani, che pubblica Alberto Moravia, Albert Camus e John Steinbeck; in viale Tunisia, la sede milanese di Einaudi e quella della rivista Il politecnico di Elio Vittorini; in via Andegari, Feltrinelli Editore, e Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez, Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, e Il dottor Živago di Boris Pasternak; e nella via battuta da Raboni, Mondadori ha anche l’intuizione degli Oscar, e l’Italia legge Addio alle armi di Ernest Hemingway.

E ancora, in piazza Cavour il Palazzo dell’Informazione, con le stanze de L’Unità, de Il Giorno e de La Repubblica; e in via Solferino il Corriere della Sera.

john steinbeck elleboro editoreE tanto basterebbe, se non fosse piacevole perdersi negli aneddoti, di cui Valentino Bompiani, per esempio, non è di certo parco, «quella che è stata chiamata la scoperta della letteratura americana da parte della cultura italiana avviene negli anni fra il 30 e il 40. È andata così: vidi su di un giornale americano l’annuncio del romanzo di Steinbeck. Telegrafai. Quando il libro arrivò mia moglie lo lesse dal mattino alla sera; io lo lessi quella stessa notte. In questo modo quasi casalingo, la porta italiana della letteratura americana si era aperta», e sempre in Vita Privata, a proposito di André Gide, «alto, bello e stanco, con un cappello a larghe tese un po’ indietro sul capo come Goethe nel suo più famoso ritratto; è arrivato a Milano in auto. Si è fatto annunciare riempiendo con diligenza il modulo. Dopo un minuto, son tutti affacciati alle porte per vederlo».

Poi però, lentamente, giunse il disincanto del mondo, e Milano prese a vendere moda, a ospitare grandi gruppi bancari e a ungersi le dita nei tanti fast food. L’opulenza spesso intristisce.

«Ma allora, a Brera, sotto l’abito alla moda, c’era ancora qualcosa di vero», ricorda Maurizio Cucchi, quando in via Fiori Chiari andava a conoscere il poeta, Giovanni Raboni.

Lo stesso teorizzatore del disincanto del mondo, Max Weber, vedeva nell’amore una forma di incantamento nel disincantamento del mondo, una possibilità che dà senso alla soggettività dell’individuo, alla sua esistenza.

Così come il lavoro, pensiamo, purché non venga ridotto a rotella dell’ingranaggio.

Così come i libri, purché restino sordi alla voce del padrone.

 

Antonio Scerbo


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