Bologna, Leopardi disingannato del disinganno?


Si può forse dare patria al poeta e alla sua sinestetica attrazione per quel non luogo liminare tra il sensibile e il sovrasensibile? Il poeta si muove, viaggia, sfibra la staticità per sete di bellezza, per inquietudine, per necessità.

Giacomo Leopardi lascia Recanati nel luglio del 1825, diretto a Milano dall’editore Stella: deve dirigere l’edizione completa delle Opere di Cicerone. Prima però sosta a Bologna, e vi ritorna dopo la parentesi nella città meneghina.elleboro editore - giacomo leopardi

La Dotta non è quindi solo una tappa per Leopardi; al 33 di via Santo Stefano il poeta alloggerà per lungo tempo, dal 29 settembre 1825 al 3 novembre 1826, ma anche dal 26 aprile al 20 giugno 1827 e per qualche giorno nel maggio 1830. elleboro editore - casa leopardi

Bologna magnetizza gli scrittori. Oltre Leopardi, Lord Byron, Goethe, Madame de Stäel, Charles de Montesquieu, Edgar Allan Poe, Herman Melville, Sigmund Freud. E tanti altri.

Il rosso che caratterizza la città, «carnale» per Giuseppe Raimondi, che «richiama il sangue umano» per Guido Piovene, seduce e respinge, lascia immancabilmente un segno. Di Bologna Ernest Hemingway dirà che è «più dura di Memphis». elleboro editore - bologna

Ha una sua enigmatica intensità, la Rossa, e Leopardi non ne fu di certo immune, «in Bologna nel materiale e nel morale tutto è bello e niente è magnifico», scrive infatti il 31 luglio 1825 al fratello Carlo, e se è vero che l’essere nella sua concretezza determina a volte i moti della coscienza, nel clima della città felsinea Leopardi non lenisce i suoi affanni, come confessa al padre in una lettera del gennaio 1826, «qui non abbiamo gran neve, ma freddi intensissimi, che mi tormentano in modo straordinario […] sicché dalla mattina alla sera non trovo riposo, e non fo altro che tremare e spasimare dal freddo, che qualche volta mi dà da piangere come un bambino».

elleboro editore - bologna notteE se il poeta di Recanati avesse voluto scaldare le membra e sgravare l’animo in un’ipotetica flânerie per quelle «rosse anguste vie» di cui scrisse Umberto Saba, avrebbe forse messo a repentaglio la propria incolumità, rischiando di cadere nella rete più buia di Bologna, intessuta di delitti e assassini. Leopardi era però avveduto e prudente, tanto da quietare le preoccupazioni del padre, «Ella non si dia pensiero alcuno circa la mia sicurezza. La frequenza degli omicidi in questi ultimi giorni è stata qui veramente orribile; ma io ho preso il partito di non andar mai di notte se non per le strade e i luoghi più frequentati di Bologna, sicché fintanto che non assassineranno in mezzo alla gente (nel qual caso il pericolo sarebbe altrettanto di giorno, come di notte), non mi potrà succedere sicuramente nulla». Era il 3 luglio 1826.

E la città petroniana avrebbe forse potuto risparmiare al poeta le pene d’amore?

«Nei primi giorni che la conobbi, vissi in una specie di delirio e di febbre», confida al fratello Carlo: si tratta di Teresa Malvezzi, l’affascinante moglie di Francesco Malvezzi de’ Medici. Ancora: «questa conoscenza forma e formerà un’epoca ben marcata della mia vita, perché mi ha disingannato del disinganno, mi ha convinto che ci sono veramente al mondo dei piaceri che io credeva impossibili, e che io sono ancor capace d’illusioni stabili, malgrado la cognizione e l’assuefazione contraria così radicata, ed ha risuscitato il mio cuore, dopo un sonno, anzi una morte completa, durata per tanti anni», pensieri che portano la data del 30 maggio 1826, e del tutto in contrasto con le convinzioni maturate in poco meno di due anni: «come mai ti può capire in mente che io continui d’andare da quella puttana della Malvezzi? Voglio che mi caschi il naso, se da che ho saputo le ciarle che ha fatto di me, ci sono tornato, o sono per tornarci mai; e se non dico di lei tutto il male che posso. L’altro giorno, incontrandola, voltai la faccia al muro per non vederla». Bologna. Dicono di lei

Eppure, solo poco più di un mese prima della lettera del Leopardi «disingannato del disinganno», esattamente tra il 19 e il 22 aprile, come riporta lo Zibaldone, i pensieri del poeta erano di ben altra tinta, «non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non il genere umano solamente ma tutti gli animali. Non gli ani­mali soltanto ma tutti gli esseri al loro modo. Non gl’individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi. Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non troviate patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno», e tre giorni dopo, «in verità questa vita è triste e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere». elleboro editore - zibaldone leopardi

Vien da chiedersi se sia possibile, in uno sforzo d’empatia, provare a decifrare le vertigini del poeta. Impresa se non altro assai ardua, c’è da rispondere, nella convinzione che per Leopardi – e forse anche per la Bologna che l’ospitò e che mai potrà dimenticarlo – non vale la sentenza dell’Etica Nicomachea di Aristotele, la virtù sta nel mezzo.

Sarebbero forse più indicati i versi di un altro vate della poesia, Walt Whitman, che apre Foglie d’erba con il lungo poema Il canto di me stesso, nel quale ammette: «Forse che mi contraddico? Benissimo, allora vuol dire che mi contraddico. (Io sono vasto, contengo moltitudini)».

E Bologna, testimone autorevole, annuisce e approva.

 

Antonio Scerbo


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