Suprema quiete


Se si provasse a scomporre alchemicamente l’estate, se ne otterrebbe sensazione, sentimento e sogno, che spesso sembrano attraversare l’animo con la velocità di un respiro: è un incanto, l’estate, che assume in breve le tinte del ricordo. E tra le parentesi meridiane della stagione del sole, l’anima cerca quiete e ristoro, forse preda di immagini primordiali risalenti a un mondo senza complessità.

Sia come sia, spezzare gli affanni nella monotonia dei giorni contribuisce a recuperare il senso di sé, per accostarsi con nuovo slancio alle grandi sfere del lavoro, dell’amicizia e dell’amore, «io è un altro», con Arthur Rimbaud.

E dopo mesi e mesi di restrizioni e costrizioni, insicurezze e tristezze, perdite e vuoto, concedersi una vacanza non è più un lusso, ma un bene cui non si può e non si deve rinunciare. Al netto della propria situazione contingente. 

dolomiti - elleboro editoreIn ogni caso, il nostro Paese non lesina bellezza, attraversato nei secoli da culture diverse che sulla penisola convivono in splendida forma, tra beni patrimonio dell’umanità, siti archeologici e città d’arte. E là dove la mano dell’uomo non arriva, nel regno del caos, la materia da sempre trova le sue combinazioni: tra queste l’Italia, miracolo della natura tra mare e montagna, tra le sponde e l’entroterra.

Si pensi per esempio alle Dolomiti, «una immagine di felicità piena e solenne», per Dino Buzzati, sedotto sin da ragazzino dai tanto celebri gruppi montuosi delle Alpi Orientali, «sono  pietre o sono nuvole? Sono vere oppure è un sogno?».

Buzzati apre e chiude le sue scalate con la Croda da Lago, a sud di Cortina d’Ampezzo, in un lasso di tempo che è «come un’ossessione d’amore», interiorizzando le montagne, «non c’è qui spazio per poter fare le presentazioni in piena regola. Dopo le Marmarole, viene Sua maestà l’Antelao, scortato dalla Torre dei Sabbioni, la cima Scotter, la Croda Marcora, mentre a sinistra, dopo le propaggini del Bosconero, comincia a giganteggiare il Pelmo, seduto sul trono come un dio. Lo spettacolo ha questo di drammatico: che la tensione, per così dire, è progressiva. Le Dolomiti esterne infatti, le prime che si incontrano, per quanto splendide, non hanno la terribilità e la potenza di quelle che ci aspettano più in su. Lo stesso Antelao, che pure è la cima più alta del Cadore, lo stesso Pelmo che è fra i massimi colossi, hanno poco di inquietante e minaccioso. Ma già il successivo picco della Croda Marcora che al mattino fiammeggia formidabile, sospeso sopra Borca, ha un volto differente, dalle pieghe sinistre e dure. Nella maestà della fanfara trionfale cominciano a mescolarsi dei rintocchi profondi e cupi, e questo motivo impressionante a poco a poco salirà di tono, di cima in cima, fino a tuonare con implacabile potenza tra le muraglie a strapiombo delle cime di Lavaredo, o tra le ciclopiche colonne della Tofana di Rozes, o fra le sghembe vertigini, intarsiate di ghiaccio della Croda dei Toni».

cortina dicono di lei - elleboro editoreÈ quasi come se le Dolomiti abbiano fatto di Buzzati una loro propaggine: lo scrittore nato a San Pellegrino di Belluno sembrava però temerne il destino, «la scalata della parete Nord della Cima Grande di Lavaredo ha dimostrato che sulle crode per gli alpinisti non esiste più l’impossibile, anche dove le rupi si protendono all’infuori come tettoie. Per trovare qualcosa d’inedito gli alpinisti finiranno per tracciare sulla stessa parete diverse vie “obbligate” secondo schemi geometrici prestabiliti, a forma di “S”, per esempio, o a “zig- zag”; sullo stesso versante si conteranno diverse vie “diagonali”. Infine, per rinnovare la loro palestra, gli arrampicatori si vedranno costretti a bombardare le pareti, demolendo i più noti camini, le cenge troppo spesso percorse, gli spigoli battuti centinaia di volte. Nelle vetrine dei negozi di articoli da montagna vedremo esposti piccoli cannoncini, colubrine e mortai per il tiro indiretto», in un articolo del Corriere della Sera del 5 ottobre 1933.

Quel che è certo è che Buzzati visse con le montagne un rapporto talmente profondo, per certi versi sinestetico, da elevarsi a demiurgo e umanizzare ogni tratto delle Dolomiti, «il canalone è come certi tipi di indole ragionevolissima ma dalla grinta minacciosa. Si direbbe che stia molto sulle sue. Prima che si siano avuti contatti personali, è decisamente intimidatorio: la pendenza, che non ha mai un istante di respiro e si accentua progressivamente man mano si sale, le selvagge pareti a picco che lo chiudono, le gialle guglie che fanno da corona, quel predominio delle linee verticali, l’aria rarefatta dei tremila metri, tutto contribuisce a non dare confidenza».

dino buzzati 2 - elleboro editoreE vicino a Mario Rigoni Stern, sempre nei pressi del senso ultimo delle cose, avrebbe potuto Dino Buzzati sottrarsi alle grandi domande? Avrebbe potuto stornare da sé quel richiamo indefinibile che spesso sconfina in un desiderio di trascendenza, quando ci si trova innanzi a una manifestazione del sublime? La risposta appare scontata, «perché la montagna emana quel fascino tremendo? […] Quali eccezionali attributi distinguono la montagna? Io credo di riconoscerne principalmente due: la ripidezza e l’immobilità. La ripidezza moltiplica la sensazione di lontananza e accresce pure il senso di mistero. Ma di gran lunga più importante e il secondo dei due attributi: l’immobilità, la quale appartiene sì anche ad altre forme della natura, per esempio ai deserti; mai però congiunta con la ripidezza. Ma andiamo oltre: l’immobilità dell’alta montagna probabilmente ci appare quale massimo simbolo della suprema quiete a cui l’uomo è tratto per vocazione e tentazione invincibile, quiete che porta comunque il nome di morte. Dovremmo dedurre che il sentimento della montagna è essenzialmente triste? Proprio così».

Triste, sì. Ma nondimeno magnetico.

 

Antonio Scerbo


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