Era una cosa molto semplice


Nel 1996 l’osservatorio astrofisico di Asiago ha dedicato a Mario Rigoni Stern il nome dell’asteroide numero 12811, forse perché lo scrittore possa rimanere in alto, anche oltre le stelle dell’altopiano, a imperitura memoria. altopiano di asiago - elleboro editore

Del resto Rigoni aveva un rapporto personale con le altezze: cacciatore di piuma e non di pelo, con il viso rivolto verso il cielo, poteva forse temere vertigine, radicato com’era alla terra e al senso delle cose? «Il fiume era gelato, le stelle erano fredde, la neve era vetro che si rompeva sotto le scarpe, la morte fredda e verde aspettava sul fiume, ma io avevo dentro di me un calore che scioglieva tutte queste cose», leggiamo ne Il sergente nella neve.

Quello che Primo Levi definì «uno dei più grandi scrittori italiani» nasce ad Asiago il 1° novembre 1921, e lì muore, il 16 giugno 2008, senza mai smettere l’amore per l’altopiano, «vorrei che tutti potessero ascoltare il canto delle coturnici al sorgere del sole, vedere i caprioli sui pascoli in primavera, i larici arrossati dall’autunno sui cigli delle rocce, il guizzare dei pesci tra le acque chiare dei torrenti e le api raccogliere il nettare dai ciliegi in fiore», in Uomini, boschi e api.

ritratti mario rigoni stern - elleboro editoreNel 1938, ad Aosta, Mario Rigoni Stern si arruolò volontario alla scuola centrale di alpinismo, e nel gennaio 1943, nel ruolo di sergente maggiore dei reparti mitraglieri nel battaglione Vestone dell’ARMIR, fu costretto alla Ritirata di Russia. Dieci anni dopo ne nacque Il sergente nella neve, il racconto del punto di non ritorno di Rigoni, «il momento culminante della mia vita non è stato quando ho vinto premi letterari, o ho scritto libri, ma quando la notte dal 15 al 16 sono partito da qui sul Don con 70 alpini e ho camminato verso occidente per arrivare a casa, e sono riuscito a sganciarmi dal mio caposaldo senza perdere un uomo, e riuscire a partire dalla prima linea organizzando lo sganciamento, quello è stato il capolavoro della mia vita…», come gli sentiamo dire nel documentario del 1999 Ritratti: Mario Rigoni Stern, diretto da Carlo Mazzacurati e con Marco Paolini.

Rigoni sarà uno scrittore prolifico, tra gli altri Il bosco degli urogalli, Storia di Tönle, L’anno della vittoria, Il libro degli animali, Arboreto salvatico, Le stagioni di Giacomo, Sentieri sotto la neve, Stagioni sembrano insegnare che la fermezza morale, i sentimenti e il sangue, la limpidezza dei giorni nascono con la semplicità di cui la stessa terra si nutre, e che ogni artificio allontana dal ciclo della natura, «la primavera con il disgelo, l’estate con il fieno e le malghe, l’autunno con la legna e i funghi, l’inverno con i morbidi piumini sui letti tiepidi e la neve sulle finestre. Tutte le cose mutano in fretta. Troppo in fretta». Occorre rallentare, fermarsi e ascoltare il proprio respiro fondersi con l’aria. Mario Rigoni Stern porta con sé il barlume di un mondo lontano, quando nello stesso cerchio l’uomo riconosceva l’umanità, immediata come la pelle, nella comunione di un silenzio bastante a sciogliere paure e incertezze, accogliente, atavico, primordiale. Simile alle cime, alle vette della montagna.

ritirata di russia - elleboro editore«Non abbiamo quasi più munizioni. Abbiamo perso il collegamento con il capitano. Non abbiamo ordini. Se avessimo almeno munizioni! Ma sento anche che ho fame, e il sole sta per tramontare. Attraverso lo steccato e una pallottola mi sibila vicino. I russi ci tengono d’occhio. Corro e busso alla porta di un’isba. Entro. Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando intorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio di legno da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. – Mnié khocetsia iestj, – dico. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi rimetto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata. – Spaziba, – dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. – Pasausta, – mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Nel vano dell’ingresso vi sono delle arnie. La donna che mi ha dato la minestra è venuta con me come per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco. Così è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta deve esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice». Rigoni bussa, entra e non serve altro. Saper chiedere il permesso: avere coscienza, dell’altro, di sé.

cortina dicono di lei - elleboro editoreNel 1993 Mario Rigoni Stern, insieme all’associazione Mountain Wilderness, chiese all’UNESCO di riconoscere le Dolomiti come uno dei grandi monumenti del mondo. Per dare maggiore risalto all’iniziativa, un pallone aerostatico che recava un’aquila rossa e nera, simbolo dell’organizzazione internazionale fondata nel 1987 da un gruppo di alpinisti, sorvolò Cortina d’Ampezzo.

Non un luogo tra tanti, Cortina: un ipotetico elenco con gli scrittori che ne sono stati sedotti darebbe prestigio a qualsivoglia antologia. Bassani, Buzzati, Carducci, Comisso, Milani, Montale, Moravia e Parise tra gli italiani; Bellow, Freud, Hemingway, Kipling, Nabokov, Schnitzler e Walser tra gli stranieri.

Ma ora ci piace tornare a Rigoni, e lenire i tredici anni dalla sua scomparsa tra le ultime pagine de Il sergente nella neve. Mario Rigoni Stern è sulla via di casa, l’altopiano di Asiago quasi si delinea nell’abbandono e nel torpore che seguono la più grande fatica, del corpo e dello spirito: la vita si rinnova.

«L’isba dove mi accettarono era spaziosa e pulita, e abitata da una famiglia di gente giovane e semplice. Mi preparai in un angolo sotto la finestra la cuccia per dormire. Passai sdraiato su un po’ di paglia tutto il tempo che rimasi in quella capanna; sempre lì, sdraiato per ore e ore a guardare il soffitto. Nel pomeriggio c’erano nell’isba solo una ragazza e un neonato. La ragazza si sedeva vicino alla culla. La culla era appesa al soffitto con delle funi e dondolava come una barca ogni volta che il bambino si muoveva. La ragazza si sedeva lì vicino, e per tutto il pomeriggio filava la canapa con il mulinello a pedale. Io guardavo il soffitto e il rumore del mulinello riempiva il mio essere come il rumore di una cascata gigantesca. Qualche volta la osservavo e il sole di marzo, che entrava tra le tendine, faceva sembrare oro la canapa e la ruota mandava mille bagliori. Ogni tanto il bambino piangeva e allora la ragazza spingeva dolcemente la culla e cantava. Io ascoltavo e non dicevo mai una parola. Qualche pomeriggio venivano le sue amiche delle case vicine. Portavano il loro mulinello e filavano con lei. Parlavano tra loro dolcemente e sottovoce, come se avessero timore di disturbarmi. il sergente nella neve - mario rigoni stern - elleboro editore
Parlavano armoniosamente tra loro e le ruote dei mulinelli rendevano più dolci le voci. Questa è stata la medicina. Cantavano anche. Erano le loro vecchie canzoni di sempre: Stienka Rasin, Natalka Poltawka e i loro antichi motivi di balli. Guardavo per ore e ore il soffitto e ascoltavo. Alla sera mi chiamavano per mangiare con loro. Mangiavamo tutti nel medesimo recipiente con religiosità e raccoglimento. Ritornava la madre; ritornava il padre; ritornava il ragazzo. Solo alla sera ritornavano il padre e il ragazzo; si fermavano poco, ogni tanto guardavano dalla finestra e poi uscivano insieme sino alla sera dopo. Una sera che non vennero la ragazza pianse. Vennero al mattino… Il bambino dormiva nella culla di legno, che dondolava leggermente sospesa al soffitto; il sole entrava dalla finestra e rendeva la canapa come oro; la ruota del mulinello mandava mille bagliori; il suo rumore sembrava quello di una cascata; e la voce della ragazza era piana e dolce in mezzo a quel rumore».

Rigoni bussa. Entra. Non lasciamolo andare via.

 

Antonio Scerbo


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