La scure cala sui fiori


saul bellow - elleboro editoreNasce col nome di Salomon, il cognome sarebbe dovuto essere Belo, se i suoi genitori lituani, una volta trasferitisi in Canada –
dove lui nacque, a Lachine, il 10 giugno del 1915 – non lo avessero cambiato in Bellow, si sposa cinque volte, innumerevoli le
amanti, vince il Premio Nobel per la letteratura «per la comprensione umana e la sottile analisi della cultura contemporanea che sono combinate nel suo lavoro», viaggia tantissimo, in Messico avrebbe dovuto incontrare Lev Trotsky, ma arriva tardi, il giorno dopo il di lui assassinio, a Parigi frequenta tra gli altri George Bataille, Maurice Merleau-Ponty e Albert Camus, visita Cortina, Venezia, Firenze, Positano, Capri – dove si aggiudica anche il Premio Malaparate – e a Roma incontra Alberto Moravia e Ignazio Silone, fonda numerose riviste, insegna in diverse università, si avvicina all’antroposofia di Rudolf Steiner, è lungo il suo percorso di psicoterapia, finisce in coma per un’intossicazione alimentare: solo qualche riverbero dell’accecante vita di Saul Bellow, e lampi sono L’uomo in bilico, Le avventure di Augie March, Herzog, Il re della pioggia, Il pianeta di Mr. Sammler, Il dono di Humboldt.

cortina dicono di lei - elleboro editoreBellow assorbe complessità, Chicago ribolliva di cambiamenti e di umanità variegata, quando il padre Abraham, raggiunto poco dopo dal resto della famiglia, vi si trasferì nel 1924. Abraham e la moglie Lescha parlavano in russo e in yiddish, i figli in inglese e in yiddish, senza dimenticare che il Canada appena abbandonato era di lingua francese. Se il giovane Saul fosse vissuto in un contesto organico, forse noialtri avremmo mai letto di Augie March, di Eugene Henderson, di Delmore Schwartz e Charlie Citrine?

bette howland - elleboro editore«Riguardo alla scrittura (la tua scrittura!) penso che dovresti scrivere, a letto, sfruttando la tua infelicità. Lo faccio anche io. Lo fanno in molti. Uno dovrebbe cucinare e divorare la propria miseria. Incatenarla come fosse un cane. Sfruttarla come le cascate del Niagara per generare luce e dare tensione alle sedie elettriche», scrive Bellow nel 1968 a Bette Howland, qualche mese prima di chiudere la relazione con la giovane scrittrice, sua amante sin dal 1961. L’amicizia però prosegue, 1978, «il tuo sarà un successo a crescita lenta, come il mio. Per 15 anni nessuno mi ha dato attenzione… Per un po’ sarai sul lato polveroso della strada», e lei, di rimando, «molti muoiono nel lato polveroso della strada. Io ho avuto la tua amicizia costante, ho il tuo incoraggiamento e il tuo esempio. Credimi, non ho paura di niente. Non mi perderò. Non hai scommesso su un cavallo perdente». E nella cartolina del 1990 a Bette Howland, «sappiamo seguirci, l’un l’altro, perfettamente, con le parole. Penso che sia questo l’amore tra gli scrittori. Piuttosto, è l’amore – punto», sembra di scorgere un Saul Bellow rappacificato, quasi stanco.

Forse un’immagine forzata: Bellow in definitiva ha sempre spiazzato, e provocato, e non per effetto di posa, «poiché esser appieno consci di sé come individui significa anche esser separati da tutto il resto», lascia dire a Moses Elkanah Herzog. Non ci saremmo quindi affatto stupiti se nel 1967 sul Chicago Sun-Times a scrivere riguardo alle nuove proteste fosse stato proprio il protagonista dell’omonimo romanzo, «come Maria Antonietta che si dilettava con le pecore, come Gauguin che si volge verso i Mari del Sud, come Rimbaud che si è fatto selvaggio, così i bambocci di Haight Ashbury chiedono alla civiltà che li ha prodotti di essere liberi e felici come gli uomini primitivi… I movimenti giovanili non sono invariabilmente una buona cosa. La Hitlerjugend non lo era di certo. Come non lo erano i Lupi di Benito Mussolini. Non lo era il Komsomol di Stalin. E non ci hanno riempito di fiducia e di speranza le bande maoiste».

Ma l’individualismo dei personaggi di Saul Bellow non nasce in seguito a una scelta; si tratta se mai di un’interiorità assai densa che straborda, incontenibile.

herzog saul bellow - elleboro editoreE se è vero, con Friedrich Nietzsche, che «bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante», in Herzog il protagonista si agita allora senza soluzione di continuità, compulsivamente.

Moses Elkanah Herzog non trova ristoro, e ricorda, ripensa, esamina. Ha visto giorni migliori: reduce da due matrimoni, padre assente di Marco e Junie, fermo col lavoro accademico, Herzog non trova soddisfazione nemmeno negli incontri con Ramona. «La sua era una vita – come si suol dire, rovinata. Ma siccome neppure agli inizi era stata un gran che, perché prendersela?». Rischia anzi l’internamento, Herzog. Scrive lettere a chiunque, vivo o morto che sia, si tratti di un parente, un conoscente, un personaggio famoso. E non le spedisce, mai. Che cosa va cercando, Herzog? Risposte, una via di fuga, il vuoto intorno? Solo quando la sua ansia centrifuga si placherà – via via le lettere diminuiranno – Herzog sentirà fluire nelle vene sangue nuovo. Prima, come avrebbe potuto sottrarsi a se stesso? «Se sono matto, per me va benissimo, pensò Moses Herzog. C’era della gente che pensava che fosse toccato, e per qualche tempo persino lui l’aveva dubitato. Ma adesso, benché continuasse a comportarsi in maniera un po’ stramba, si sentiva pieno di fiducia, allegro, lucido e forte», un incipit, un’introduzione nella giostra dell’interiorità, che confonde, simile a una sofferta e raggiunta consapevolezza.

Bellow getta nella mischia i suoi personaggi a nervo scoperto, convinto che la prima battaglia – che non sia l’unica guerra? – vada combattuta contro il proprio sé. Ma è necessario vincere e così accodarsi al pensiero preponderante, inaridendosi in numero e arrotondandosi in massa?

saul bellow 4 - elleboro editoreAncora in Herzog, « nulla che sia fedele, vulnerabile, delicato può durare o avere un vero potere», anche perché, si sia pure come si sia, come ebbe a dire Bellow «la scure cala sui fiori. Ma i fiori ricresceranno. Esistono tanto la grandezza dell’uomo, quanto la grandezza della sua imbecillità, ed entrambe sono eterne».

Viviamo di noi – dove sarebbe il male? – e non poniamoci troppe domande. Non è detto che sia esclusivamente da stupidi.

Saul Bellow non lo è stato di certo.

 

 

 

Antonio Scerbo


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