La sua materia si faceva sublime


Il 26 giugno del 2009, a Siviglia, l’UNESCO ha nominato le Dolomiti Patrimonio dell’umanità.

dolomiti 2 - elleboro editorePrima, però, nel 1993, Mario Rigoni Stern, con l’associazione Mountain Wilderness, aveva chiesto proprio alla stessa Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura che l’insieme dei gruppi montuosi delle Alpi Orientali italiane venisse riconosciuto come uno dei grandi monumenti del mondo. Per l’occasione, un pallone aerostatico che recava un’aquila rossa e nera, simbolo dell’organizzazione internazionale fondata nel 1987 da un gruppo di alpinisti, sorvolò Cortina d’Ampezzo.

cortina dicono di lei - elleboro editoreIl rapporto che le Dolomiti intrattengono con i loro visitatori ha inizio più o meno mezzo secolo dopo la prima ascensione del Monte Bianco, del 1786. Alpinisti inglesi e tedeschi racconteranno le loro scalate, sottraendo così i monti alla leggenda e ai cacciatori del luogo. Le Alpi Orientali faranno poi da sfondo alle imprese dei corpi scelti degli alpini durante la prima guerra mondiale, prestando la roccia a trincee, gallerie, teleferiche. E non si conteranno gli scalatori che al termine del conflitto lanceranno la sfida alle pareti dolomitiche e a se stessi nel tentativo di raggiungere le ambite vette.

«Bello e intenso è il vivere, quando, legati ad una corda, aggrappati ad un appiglio, appesi ad un chiodo, si combatte la battaglia col monte. Bello e intenso il vivere, perché la vita può sfuggirci di momento in momento, e le più belle ore di vita sono appunto quelle in cui essa è in pericolo: solo allora ne misuriamo il giusto valore. Si dirà che queste parole suonano assurde. No. Al contrario. Così si impara a vivere, si rafforza lo Spirito e il Corpo, e con la stessa tranquillità con la quale si esamina la parete da scalare, si affronteranno poi tutti i disagi della vita», con Emilio Comici, vicino al regime fascista e autore di Alpinismo eroico, nel quale esprime una concezione estetica dell’arrampicata, attraverso i toni retorici tipici dell’epoca.

il giorno delle mésules - ettore castiglioni - elleboro editoreE a far da contraltare a Comici, Ettore Castiglioni, alpinista e partigiano, che raccolse nei suoi diari quanto vissuto sulle Alpi, in Patagonia, e durante il 1943, quando condusse in salvo oltre il confine della Svizzera centinaia di profughi in fuga dalla guerra e dalle leggi razziali. Pagine e pagine che confluiranno solo nel 1993 in Il giorno delle Mésules. Diario di un alpinista antifascista, tra sprazzi di intimismo e di vera e propria avventura, «finalmente, dopo tanto smarrimento e tanto grigiore, ritrovavo tutto il senso della mia vita nell’ebbrezza e nella purezza dei monti. […] Mi lanciai smanioso per spigoli e creste aeree, ancora una volta godendo dell’esposizione, gioioso di afferrare gli appigli solidissimi e di liberarmi su di essi quasi in volo, libero e proteso nello spazio. […] Nella nebbia che avvolgeva il vallone, apparve dietro una velatura irreale il pilastro superiore della Pala, radioso dell’ultimo sole. Così, sospese tra le nubi e splendenti di luce, i pittori raffigurano le apparizioni divine», scrive il 18 agosto 1940.

La caratterizzazione che Antonio Berti dà delle Dolomiti, «enigmatiche come sfingi», sembra introdurre le righe di Carlo Emilio Gadda, «l’alpinista, al mattino, parte da una verità scheggiata del monte per arrivare a liberarsi del comfort. Egli cerca, egli inventa i suoi pericolosi itinerari, li ritrova di continuo sulla parete o sul ghiacciaio con laboriosa fiducia, con la paziente e impavida risolutezza dell’anima, con la destrezza dell’erudito polpastrello; avendo sotto di sé in ogni istante la spalancata bocca di un mostro, cioè il campo gravitazionale che vorrebbe inghiottirlo, succhiarlo in profondo. È la chiamata dell’abisso».

viaggio in italia - guido piovene - elleboro editoreIn Viaggio in Italia, invece, Guido Piovene accantona la metafisica e osserva le mutazioni che l’alpinismo va attraversando parallelamente alla società italiana, «declina l’alpinismo inteso come fatica media, legata alla disciplina morale e ai piaceri contemplativi; la gente che affluisce nelle montagne si divide in due schiere, i pigri vincolati al mezzo meccanico, e gli acrobati senza gusto per la natura, attratti dall’arrampicata-prodezza. La passione dell’alpinismo va passando, dicono le guide alpine, dal ceto borghese a quello operaio, fatto però di poveri, che affrontano le rischiose ascensioni da soli».

Se ci si accosta alle Alpi Orientali tenendone fermi i riferimenti letterari, non si può fare a meno di Dino Buzzati e della sua «ossessione d’amore» per le Dolomiti. Su tutte la Croda da Lago, l’alfa e l’omega delle scalate di Buzzati, spesso in compagnia dell’amico guida Gabriele Franceschini.

vita breve di roccia - gabriele franceschini - elleboro editoreIn Vita breve di roccia. In montagna con Dino Buzzati, Leopoldo di Brabante, pastori e boscaioli, la guida alpina ha saputo come ritrarre l’autore de Il deserto dei Tartari e di Bàrnabo delle montagne, «e me lo vedo ancora Dino: sempre rasato, pettinato, i calzoni di velluto chiaro, il cappello bianco con la falda, la giacca a vento perfettamente modellata. Infilava i guanti da portiere di calcio, afferrava il lungo bastone e mi seguiva fuori del rifugio guardando in alto al primo barlume contro le masse nere delle Cime. Sentivo che per lui era il momento sognato, giorno per giorno, tutto l’anno: la magia. L’Alpe era una sua creazione straordinaria, favolosa, frequentata da spiriti. Al ritorno dalla scalata mi faceva il disegno della vetta che avevamo salito. A corona, picchi bellissimi e selvaggi, sfuggenti in cielo. Io curvo sotto al sacco, lui, appena tratteggiato, con l’alpenstock smisurato e la mano afferrata alta».

Buzzati, come un amante deluso, tradito dai segni del tempo che non risparmiano nemmeno la passione più grande, scriverà alle sue montagne, «siete voi, Pale, che non siete più le stesse. Perché siete diventate così grandi e alte di statura, che adesso non si arriva mai? Perché siete diventate così ripide, proprio un’assurdità! E quando ci si avvicina all’attacco oggi viene meno il fiato? Chi può avere seriamente il desiderio di salirvi se non un pazzo? Perché siete diventate così fragili, perfino il Campanile Pradidali che una volta era tutto di cristallo? Perfino la Torre di Valgrande che una volta era tutta di ferro? Perfino la “Est” del Sass Maor che ai tempi antichi delle illusioni fantasticavo stupidamente di scalare? Perché vi siete fatte così marce che appena a toccarvi crollate giù con orrendi schianti e frane di pietra, e viene la paura? Basta. Non siete più quelle di una volta, non mi incantate più, addio, addio, in automobile io discendo la valle tristemente».

viandante sul mare di nebbia - sublime - elleboro editoreForse, però, ad aver inteso il senso ultimo delle Dolomiti, era stato Giovanni Comisso, che qualche decennio prima di Dino Buzzati scriveva: «a volte le montagne sono ridicole come dolci inzuccherati, a volte sono irreali e strabilianti come frammenti lunari. Avvicinandomi, questa montagna consueta al mio sguardo non la riconoscevo più: la sua materia si faceva sublime».

Ed è proprio di fronte a simili rappresentazioni naturali, con Immanuel Kant, che «ognuno di noi sente la sua piccolezza, la sua estrema fragilità, la sua finitezza, ma, al tempo stesso, proprio perché cosciente di questo, intuisce l’infinito e si rende conto che l’anima possiede una facoltà superiore alla misura dei sensi».

 

 

Antonio Scerbo


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