La porterei nei boschi perché tutto il resto è falso


Nell’immaginario collettivo il bosco rimanda spesso a una dimensione di mistero, e a volte di paura, almeno nella misura in cui si ha l’impressione che nel folto dei suoi alberi nasconda qualcosa. Ma guardare al bosco da una prospettiva diversa, magari con qualche timore in meno, potrebbe suggerire che, sì, lì nel mezzo qualcosa si muove, ma non è detto appartenga necessariamente alla sfera del male. Del resto elfi e folletti, fate e gnomi non è che siano propriamente esseri terrifici, pur abitando il bosco. Se mai, pullulano nelle fiabe e nei racconti, sin dalla notte dei tempi, strappando qualche sorriso un po’ a tutti: nella terra dell’immaginazione non si ha età.robert walser - la passeggiata Si pensi a Robert Walser, infaticabile camminatore, che incontrava l’incanto e riusciva a riconoscerlo, «continuando a camminare nel soave tepore, giunsi a una selva d’abeti. Un sentiero la attraversava serpeggiando con grazia sorridente, quasi maliziosa, ed io lo seguii compiaciuto. La strada e il terreno boscoso somigliavano a un tappeto. Là dentro c’era silenzio come in un’anima felice, come in un tempio, in un castello fatato o in un fantastico palazzo di fiaba: come nel castello di Rosaspina, dove tutto dorme e tace da centinaia di lunghi anni. Io mi addentravo sempre più, e forse adopero troppe belle parole, ma mi pareva d’essere un principe dai capelli d’oro chiuso in un’armatura guerriera. Tutto nella selva era così solenne che nell’animo del sensibile viandante sorgevano, come spontanee, mirabili immaginazioni. Quel dolce silenzio della foresta quanto mi rendeva felice!». Si può forse non dare credito all’autore de La passeggiata?

Nel bosco ci si perde e ci si ritrova, e il destino si snoda, «due strade divergevano in un bosco ed io – io presi la meno battuta, e questo ha fatto tutta la differenza», scrive Robert Frost. 

Il bosco è il gioco del buio e della luce, il loro alternarsi, un equilibrio che in fondo è la dialettica della vita stessa. La selva oscura di Dante Alighieri, la Selvapiana di Francesco Petrarca: nella letteratura il topos del bosco è sterminato, sconfina senza soluzione di continuità, e le Dolomiti, con tutto il loro fascino, ne sono testimonianza ennesima. Si legga per averne conferma Cortina. Dicono di lei. Le Dolomiti nella letteratura, una tra le tante guide letterarie di Elleboro Editore, dove, tra i tanti, tantissimi, possiamo leggere di Amelia Edwards e del suo viaggio sulle Alpi, «la valle si tuffa improvvisamente nel folto fragrante di una foresta di pini, forata qua e là dai raggi tremolanti del sole al tramonto: il canto degli uccelli non si è ancora spento e gli scoiattoli bruni guizzano fra le pendule pigne odorose.cortina dicono di lei - elleboro editore Ed ecco che, oltre le cime degli alberi e contro la luce del sole, una vetta tormentata si leva a sinistra, poi un’ampia vallata si apre all’improvviso, rivelando una catena di nuove e gigantesche montagne. Dai primi e più bassi contrafforti ci separa soltanto il letto dell’Anziei. Il vetturino arresta i cavalli e, volgendosi a metà suo sedile a cassetta, dice con le maniere esagerate di un maestro di cerimonie in una assemblea di provincia: “Con rispetto, Signora, il Marmarole”». 

Capita però che la forza degli elementi rivendichi la propria presenza, strabordando, esorbitante: nell’ottobre 2018 la Tempesta Vaia, in tutto simile ai mostri delle leggende, ha devastato il nord-est dell’Italia, infierendo soprattutto sull’area montana delle Dolomiti e delle Prealpi Venete, schiantandone gli alberi, a milioni, abbattendone le foreste, a decine di migliaia di ettari. Tra queste, la foresta dei violini, Paneveggio. 

Un tempo possesso dei Conti del Tirolo, dopo la prima guerra mondiale la foresta di Paneveggio passò al demanio italiano e poi alla provincia autonoma di Trento. Pare che Antonio Stradivari, in ricognizione tra gli abeti rossi della foresta – dal legno elastico, adatto alla trasmissione del suono, con i canali linfatici capaci di generare risonanza –, scegliesse personalmente i tronchi dai quali sarebbero nati i suoi violini. Sia come sia, la Tempesta Vaia con la sua furia ha definitivamente consegnato, distruggendola, la foresta di Paneveggio al mito. 

C’è però un’altra foresta, che ispirò Dino Buzzati per Il segreto del bosco antico, da cui poi Ermanno Olmi trasse l’omonimo film: Somadida, oggi riserva naturale di Somadida, tra Auronzo di Cadore e Misurina, sulla riva destra del torrente Ansiei. 1676 ettari, uno dei 130 luoghi protetti dallo Stato, la foresta di Somadida nel 1493 divenne proprietà della Serenissima Repubblica, salvo successivamente passare nelle mani dei francesi prima e degli austriaci poi. Solo nel 1886, quando il Veneto tornò a far parte del Regno d’Italia, Somadida entrò nel patrimonio dello Stato, e nel 1972 divenne riserva naturale.il segreto del bosco antico - dino buzzati «Così Sebastiano Procolo si smarrì nel bosco. Gli abeti, avvicinandosi la sera, diventavano più grandi. Il colonnello era ormai stanco morto, ma continuava ostinato il cammino. Dopo tre ore, il terreno cominciò a spianarsi. Doveva essere l’altipiano dominato dal Corno del Vecchio. Ma non si poteva capire, perché gli altissimi alberi toglievano ogni visuale. Il colonnello doveva esserci già passato quella volta ch’era andato a liberare il vento Matteo. Ma non riusciva più a orientarsi. A lui non giunse il suono del campanile di Fondo per annunciargli le ore, né la voce di Benvenuto, rimasto chissà dove, che certo stava urlando di terrore, né il rombo di lontane automobili, né alcun altro suono umano. Il colonnello restò seduto ad aspettare il nuovo giorno, e per la prima volta nella sua vita conobbe i rumori della foresta. Quella notte ce n’erano quindici», così Buzzati, nella favola, e a vincere sarà l’amore. 

Ma se non fosse rimasta che la favola cui rifarsi, ultima paradossale roccaforte del vero nel mezzo degli alberi? 

Scrive Franco Wolcan in Ritratto di Rachele. Intervista a Rachele, «non saprei cosa far vedere a questa persona che viene per la prima volta a Cortina; la porterei nei boschi perché tutto il resto è falso. Non c’è più niente di vero, di autentico». 

Il dubbio rimane. In sospeso. Come per gli incantesimi.

 

Antonio Scerbo


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