La bicicletta siamo noi


sergio zavoli - elleboro editoreSe scrivi Romagna e poi leggi bicicletta non è che ti stia sbagliando. Anzi. Non a caso il riminese Sergio Zavoli la definì senza esagerare «una piccola Cina», e del resto dalla Romagna viene il poeta Alfredo Oriani, autore di una delle pietre miliari della narrativa ciclistica: in La bicicletta Oriani racconterà infatti il suo viaggio dalla Romagna alla Toscana – «la via Emilia mi è apparsa dinnanzi larga dritta polverosa:la bicicletta - alfredo oriani - elleboro editore il sole vi cadeva accecante, non una bava di vento: silenzio nei campi coperti di sole, giacché le ombre stavano ancora rannicchiate sotto gli alberi. […] Tiro su i calzoni a mezza coscia perché le loro pieghe non strofinino noiosamente la valigia, che riempie il telaio della bicicletta, salto in sella e do il primo colpo di pedale: andrò a Forlì e Santa Sofia, valicherò la doppia giogaia dell’Appennino al Carnaio e a Mandriole, salirò ai conventi di Verna e Camaldoli, e poi da Poppi a Siena, da Siena a Pisa, da Pisa alla collina a Bologna e da Bologna a Faenza. È il primo viaggio vero della mia vita, intrapreso così senz’altro scopo di viaggiare. Quante volte ne avevo sognato da giovane!» – in sella a una Bremiambourg da corsa a scatto fisso, «il piacere della bicicletta è quello stesso della libertà, forse meglio di una liberazione, andarsene ovunque, ad ogni momento, arrestandosi alla prima velleità di un capriccio, senza preoccupazioni come per un cavallo, senza servitù come in treno».

Oriani, «la bicicletta è più seduttrice della donna; la sua velocità diventa una carezza, alla quale è impossibile resistere», fu un vero e proprio apripista: sulla sua scia Lorenzo Stecchetti con In bicicletta, e poi Alfredo Panzini, che in La lanterna di Diogene renderà note le pedalate che da Milano, lungo la via Emilia e con occasionali divagazioni, lo avrebbero portato a Bellaria, «l’undici luglio, alle ore due del pomeriggio, io varcavo finalmente, dall’alto della mia vecchia bicicletta, il vecchio dazio milanese di Porta Romana.la bicicletta. dicono di lei. pedalate d'autore - elleboro editore La meta del mio viaggio era lontana: una borgata di pescatori sull’Adriatico, dove io ero atteso in una casetta sul mare: questa borgata supponiamo che sia non lungi dall’antico pineto di Cervia e che, per l’aere puro, abbia il nome di Bellaria».

E alta nei cieli della Romagna brilla la stella di Federico Fellini, insieme alle immagini dei suoi film, se si pensa per esempio alle «baffone» di Amarcord, così chiamate già nel romanzo La mia Rimini «per la peluria dorata o bruna che visibilmente ricopriva il labbro e il polpaccione sodo, guizzante». E ancora, nel libro, «noi, fuori, contavamo febbrilmente le biciclette accatastate contro il muro della chiesa per sapere quante ‘baffone’ erano venute giù. Da un fanalino rotto, da un pedale senza gommino, da certi aggeggi fabbricati in casa e applicati con spranghe e spaghi ai manubri, sapevamofederico fellini - elleboro editore se dentro la Cappella c’era anche la ‘baffona’ di Santarcangelo, coi capelli rossi, che portava il maglione ‘argentina’, senza reggipetto sotto; o le due sorelle di Santa Giustina, quadrate e spavalde, che si allenavano per partecipare al Giro d’Italia. La bicicletta, che solo a vederla ci faceva battere il cuore svelto svelto, era quella della gattaccia di San Leo, una gladiatrice torva e possente, con un gran nuvolone di capelli neri, gli occhi fosforescenti come i leoni, ti guardava lenta, indifferente, senza vederti».

Eppure la bicicletta non ebbe sin da subito spalancate le porte della Romagna, anche se, oggi, strappa un sorriso l’ordinanza del 1894 del sindaco di Faenza Giuseppe Masoni, che vietava l’ingresso in città alle dueruote, nient’altro che «cavalli di ferro», mezzi per «anarchici, sovversivi e ladri». Si levò allora la protesta, con a capo Oriani, per il quale, a sentire Zavoli, fu più facile «far entrare il velocipede nella letteratura che farlo entrare materialmente in Faenza».

Sia come sia, la bicicletta percorrerà in lungo e in largo oltre alla Romagna anche la Toscana, spesso incrociando i luoghi che furono le tappe del continuo vagare di Dino Campana: il poeta nato a Marradi, pur essendo un infaticabile camminatore, «io vidi le solitudini mistiche staccarsi da una tortora e volare distesa verso le valli immensamente aperte.romagna dicono di lei - elleboro editore Il paesaggio cristiano segnato di croci inclinate dal vento fu vivificato misteriosamente. Le altissime colonne di roccia de La Verna si levavano a picco grigie nel crepuscolo, tutt’intorno rinchiuse dalla foresta cupa», non restò indifferente al farsi largo della bicicletta, tanto da celebrare in versi il successo del ciclista Domenico Vanni, vincitore della Firenze-Marradi, «Dall’alto giù per la china ripida / O corridore tu voli in ritmo / Infaticabile. Bronzeo il tuo corpo dal turbine / Tu vieni nocchiero del cuore insaziato. / Sotto la rupe alpestre tra grida di turbe rideste / Alla vita premeva, gagliarda d’ebbrezze. / Bronzeo il tuo corpo dal turbine / Discende con lancio leggero / Vertiginoso silenzio. Rocciosa catastrofe ardente d’intorno / E fosti serpente anelante col ritmo concorde del palpito indomo / Fuggisti nell’onda di grido fremente, col cuor dei mille con te. / Come di fiera in caccia di dietro ti vola una turba».

Ebbene, La bicicletta. Dicono di lei. Pedalate d’autore, la nuova guida letteraria di Elleboro Editore, sarà presto disponibile, mancano davvero pochi giorni, bisogna attendere solo i primi di settembre…

Nell’attesa, però, ancora qualche parola di Alfredo Oriani, «la bicicletta siamo noi, che vinciamo lo spazio e il tempo: soli, senza nemmeno il contatto con la terra che le nostre ruote sfiorano appena».

 

Antonio Scerbo


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