Bologna, una polveriera


Bologna apre le sue porte con la mostra letteraria Bologna. Dicono di lei. La città nella letteratura, nel Museo Civico Archeologico, dal 13 novembre 2021 al 30 gennaio 2022. Si tratta di un percorso multimediale, capace di far vivere ai visitatori un’esperienza immersiva nei luoghi simbolo della città, tra passato e presente, attraverso installazioni audio, videoproiezioni e memorabilia: dallo sfondo delle innumerevoli Bologna del passato, che tanto dicono della Bologna del presente, si stagliano le parole dei grandi della letteratura e non solo, che dall’epoca del Grand Tour, e via via fino ai giorni più prossimi alla nostra attualità, hanno vissuto la città felsinea, sostandovi per qualche tempo, o attraversandola di passaggio, in ogni caso subendone sempre la carica magnetica, tanto da portarne testimonianza tra note e diari di viaggio, da raccontarne il fascino per corrispondenza, da trasfigurarne la bellezza enigmatica nelle pagine dei loro romanzi.Locandina della mostra letteraria Bologna. Dicono di lei

Bologna e le sue parole, un insieme prezioso di citazioni, che dà forma alla guida letteraria Bologna. Dicono di lei. La città nella letteratura, da cui l’omonima mostra ha tratto la sua ragion d’essere: tra le sale del Museo Civico Archeologico si farà esperienza di tante e diverse Bologna, accompagnati dal suono delle voci, diffondentesi di stanza in stanza, che alcuni attori celebri hanno prestato nell’interpretare proprio quelle parole che hanno illuminato Bologna nel grande cielo della letteratura.Copertina di Bologna. Dicono di lei. La città nella letteratura

Nella sua storia, tra le tante sue storie, la città petroniana è stata anche una polveriera, come attestano, per esempio, le lettere di Carolina Pepoli, figlia di Letizia Murat e nipote di Gioacchino Murat, ufficiale dell’esercito francese e poi re di Napoli, che in riferimento alla battaglia della Montagnola dell’8 agosto 1848 scrive alla madre qualche giorno dopo, l’11 agosto, «Cara mammà. Penso con piacere che questa mane sarà giunta in Roma la staffetta che annunzia che abbiamo cacciato i tedeschi. Mi immagino l’effetto che avrà fatto e credo ch’ella sarà contenta. Cara mammà, l’assicuro che mai sono stata tanto tranquilla d’animo. Passai metà della giornata di ieri all’ospedale dove abbiamo 51 feriti e alcuni senza speranza di salvezza. Sono stati fatti prodigi di valore».Particolare di un opera raffigurante la Battaglia della Montagnola di Bologna

Bologna ebbe l’onore e forse l’onere di ospitare addirittura Michail Bakunin, «Dietro il Palazzo del Podestà c’era un intrico di viuzze e androni, un labirinto fra altissimi muri stretti, dove avevano bottega cordai, canapini e uccellieri. La viuzza principale si chiamava Via della Corda. A Bakùnin il luogo piacque, ed era veramente adatto per asserragliarsi ai capi della strada a difendercisi in pochi contro molti. Quanto al materiale, balle di canapa e rotoli di cordami, lì dove i cavalli e il cannone liberticida non potevan servire in quelle strettoie, sarebbero stati un primo materiale spedito e ottimo da requisire in quelle botteghe per far le prime barricate», scrive Riccardo Bacchelli ne Il diavolo al Pontelungo, narrando delle trame rivoluzionarie del periodo, che vedevano in prima linea anche Carlo Cafiero, Andrea Costa e Anna Kuliscioff, soliti ritrovarsi alla Trattoria del Foro Boario e dintorni, luoghi familiari anche al giovane Giovanni Pascoli, segretario della Federazione bolognese dell’Internazionale dei lavoratori.Fotografia di Michail Bakunin

Ampia è poi la letteratura sulla Resistenza partigiana della città petroniana, in cui spicca L’Agnese va a morire di Renata Viganò: la stessa autrice fu una staffetta partigiana, come Tosca, Bruna e Irma Bandiera, che pur sequestrata e seviziata dai fascisti, non una parola lasciò trapelare sui compagni, pagando con la vita tutta la fedeltà di cui fu capace, «La catturarono il 7 agosto del 1944. Tornava da una consegna di armi alla base di Castelmaggiore, e portava con sé documenti cifrati. Per i carnefici Irma Bandiera aveva una doppia colpa: si rifiutava di rivelare i nomi dei compagni ed era donna. Si alternarono su di lei in tanti, ognuno inventando nuovi tormenti e sevizie innominabili, ma la Mimma non parlava. La baldanza si tramutò in livore e frustrazione: avevano fatto parlare tanti uomini, spesso grandi e grossi, robusti come tori, cocciuti come muli, e quella lì […] una donnina esile, apparentemente gracile, niente. Non apriva bocca. E li fissava con quei suoi grandi occhi che risaltavano sul viso magro e la fronte ampia. Li guardava con un muto disprezzo, tutto il disprezzo del mondo concentrato in quegli occhi. Così, la accecarono. Era ancora viva quando il 14 agosto gli aguzzini la scaraventarono sul marciapiede, al Meloncello, sotto la finestra dei genitori. Uno disse: “Ma ne vale la pena? Dacci qualche nome, e potrai entrare in casa, farti curare”. Mimma non rispose. La finirono con una raffica di mitra, e se ne andarono imprecando», dalle pagine di Ribelli!, di Pino Cacucci.Fotografia di Irma Bandiera

Enzo Biagi vide nella scelta di schierarsi dalla parte dei resistenti l’evento chiave dell’intera sua vita, e Giorgio Bassani non trascurò mai i ricordi della militanza – fu arrestato dall’OVRA (Opera Volontaria di Repressione Antifascista) a Bologna nel 1943 –, vissuta con orgoglio e commozione. Giuseppe D’Agata ne fece invece un racconto scevro di retorica, L’esercito di Scipione, che ispirò anche una sceneggiato TV di successo. Giovanni Comisso, alla stazione di Bologna, osservava passare «tradotte con soldati tristi».

Copertina de Il rivoluzionario, di Valerio VaresiE poi ancora Valerio Evangelisti con Il sole dell’avvenire, Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini con Tango e gli altri. Romanzo di una raffica, anzi tre, Valerio Varesi con Il rivoluzionario, i Wu Ming e Vitaliano Ravagli con Asce di guerra«Marzabotto! Avete presente la strage di Marzabotto? Silenzio. Occhiate storte attraversano la sala. I più spudorati alzano le sopracciglia e lasciano cadere la mascella. Voi mica ne avete idea, andate in crisi per una gomma forata, dio boia, o quando la mamma non vi da i soldi per la discoteca. A Marzabotto hanno cancellato la popolazione di un paese, più di milleottocento persone, così per rappresaglia. E se non sapete niente di Marzabotto, di certo non sapete neanche del Pozzo di Becca, a Imola, e allora state studiando per niente, e avete fatto male ad invitarmi, perché delle cose che dico non potete capirci un cazzo, e infatti tanto vale che chiudiamo, così me ne vado e qua non ci metto più piede. Applaudono, ma non capisco nemmeno perché» –, a dimostrazione che il secondo dopoguerra ha tracciato un punto di non ritorno nella coscienza di Bologna e dei bolognesi.

Perché è del resto giusto ricordare, almeno nella misura in cui è d’obbligo non dimenticare, nel tentativo di scongiurare il ripetersi di una storia assai propensa a riproporre se stessa.

 

Antonio Scerbo


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