A mezzanotte anche i sogni facevano rumore


Il grande cielo della resistenza partigiana forse non avrebbe avuto tutte le sue stelle senza quelle sacche di irriducibile opposizione popolare alle prevaricazioni del ventennio e delle camicie nere. Da un simile sfondo di orgoglio identitario e libertario si staglia la città di Parma, la Parma Vecchia, l’Oltretorrente, «un dedalo di staducole, porticati, tane e borghetti carichi di passione, di violenza e di generosità. Covi di anarchici e bombardieri mancati, le sue osterie erano sempre piene di vociferazioni e di canti. Quando vedevi sbucar fuori dal buio delle porte certe fosche, scarne e spiritate figure di popolani, dagli occhi assonnati e biechi, facevi presto ad accorgerti che in quel clima infuriava il microbo dell’Ottantanove», scrive Bruno Barilli ne Il paese del melodramma.parma vecchia oltretorrente 2 - elleboro editore

Un quartiere, l’Oltretorrente, impreziosito dalla presenza di una personalità che ne incarnò lo spirito, «l’uomo è vestito di nero, dal cappello alle scarpe, è nera anche la cravatta che spicca sul bianco della camicia; indossa un completo liso ma decoroso, porta con sé un robusto bastone da passeggio che all’occorrenza può essere usato come mazza, ha i baffi ben curati, lo sguardo intenso, acuto, rischiarato da bagliori d’ironia che spesso contrastano con la serietà dell’espressione. È Guido Picelli. Si incammina per i vicoli della Parma Vecchia, e i pochi passanti ancora in giro lo salutano togliendosi il cappello o il berretto: tutti, nell’Oltretorrente, lo stimano e ci tengono a dimostrarlo. […] Picelli, di notte, nel modesto appartamento in Borgo Bernabei 71 ingombro di libri e fogli ammucchiati anche sul pavimento, è seduto al tavolo rischiarato da un lume a petrolio, intinge il pennino freneticamente nell’inchiostro e scrive, pervaso da una passione febbrile», nella descrizione di Pino Cacucci, in Oltretorrente.parma dicono di lei - elleboro editore

Già segretario del PSI nel 1919, Guido Picelli fondò le Guardie Rosse nel 1920 e gli Arditi del Popolo nel 1921, e nell’agosto del 1922, in un fronte unico di anarchici, comunisti, popolari, repubblicani e socialisti, resistette all’attacco squadrista con a capo Italo Balbo: i fascisti avrebbero dovuto porre termine anche a Parma allo sciopero legalitario nazionale proclamato dall’Alleanza del Lavoro, ma si ritrovarono in breve ad abbandonare il campo.

Anche Beppe Sebaste, in Oggetti smarriti e altre apparizioni, racconta di Picelli, «un vero comandante, un condottiero. guido picelli - elleboro editoreQuando veniva circondato dalle squadre di fascisti, quando era oggetto di scherno e minacce, come al Caffè Verdi, non perdeva la calma, tutt’al più si assicurava di avere la pistola nella giacca», mentre Alberto Bevilacqua ne riporta un aneddoto che precede di qualche giorno lo scontro con Balbo: Picelli afferrò le lancette del quadrante del campanile più alto di Parma «e le bloccò sulla mezzanotte del 31 luglio. La gente vide la sua figura compiere il gesto con un’attenzione sacra e lo udì gridare: “Da questo momento il tempo si è fermato. Non vogliamo avere più scadenze. Torneremo a vivere quando quelli non ci saranno più!”. Nella stessa notte in Parma Vecchia alzarono le barricate. Vennero scoperchiate le strade, le pietre trascinate nel più completo buio in quanto i lampioni furono fracassati e passati a colpi di rivoltella. Le camicie nere occuparono invece i ponti, le caserme e le scuole della città nuova. Era la rivolta del 22».

Ma l’Oltretorrente, il territorio dadlà da l’acqua, non ha solo nel ribellismo dei primi anni Venti le sue suggestioni: è un luogo che sembra portare i colori dell’«amara fierezza» dei suoi abitanti, di una vita la cui trama si svolge tra i nodi della miseria, mantenendo però desto il senso dell’umano, la dignità tra i sentimenti elementari. Si pensi alle slandre, a La Califfa di Alberto Bevilacqua, «passano un ponte, quelle povere cagne attratte dalle enormi immondizie di un benessere superfluo, ed ecco che la loro lotta diventa un inferno individuale, un grande rimpianto che le imprigionerà negli anni, un lento richiamo redivivo che, col passar del tempo, le ricondurrà, forse, alla loro giovinezza perduta nel varcare il confine di quelle acque, nel voltarsi indietro per l’ultima volta a guardare le loro case allegre e disperate. Partono per un oscuro viaggio, anche se non percorrono che poche decine di metri. la califfa alberto bevilacqua - elleboro editoreMa l’amore non cessa, in chi resta, per quelle ragazze. Esse hanno imparato il peccato nell’amore in quei borghi dove il peccato non è che un modo di sentirsi commossi e vicini, difesi nel calore di un’ebbrezza proibita dall’insidioso mistero della vita. Questo basta; e non importa che ora il mondo possa pronunciare in faccia a loro quella parola crudele e spavalda: slandra!».

È un’umanità che sa come stringere i denti, quella della Parma Vecchia, calcando uno scenario che, ancora con Sebaste, «sembra uno square parigino, circondato da case basse e irregolari, oggi tutte ben restaurate. Qui fu eretta una delle barricate, e adesso, sotto un paio di alberi, sulle panchine sostano gli immigrati, soprattutto donne: accenti rumeni, russi, slavi. Come quasi tutte le piazze dell’Oltretorrente è un porto franco di un nuovo proletariato fatto di badanti, operai, ambulanti. Le case sono belle da guardare, quando c’è la neve sono addirittura struggenti, tutte attaccate come in un presepe».

Giovanni Guareschi ne coglie l’animo crepuscolare, «quando si accendono nelle strade le prime luci della sera e nel vialone diritto che guarda sul torrente riarso le belle ragazze e i giovani ben pettinati cominciano a far salotto, quando nei balli, nei teatri e nei caffè, le trombe e i sassofoni si svegliano dal lungo torpore e le radiole cominciano a crepitare, le vie ampie ed ariose della città nuova si ammalano di “spleen” mentre nei vecchi borghi che ancora si godon la tregua concordata col piccone, la vita rinasce lieta e pittoresca. parma oltretorrente - elleboro editoreLe case magre e malconce che si stringono l’una all’altra, in mal costrutta fila, come reclute maldestre sorprese da un attenti improvviso, spalancano tutte le loro finestre, assetate di aria schietta», tra gli scorci de I borghi di Parma, sul Corriere Emiliano, il 4 agosto del 1934.

Poche e incisive parole, però, in Cacucci, a cristallizzare la quintessenza del quartiere dei ribelli: «a mezzanotte anche i sogni facevano rumore, nei tuguri dell’Oltretorrente, sogni di riscatto che tenevano in perenne ebollizione il sangue nelle vene».

Parma Vecchia è come un brivido, nella nostra storia. 

 

Antonio Scerbo


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