Non ne vuole sapere di essere se stessa


Il vento dell’avanguardia soffia su Milano, e se la città corre con l’innovazione, è facile che si lasci dietro degli strascichi: forse c’è un momento in cui riflette di sé, e non si riconosce, nei mutamenti, nelle ombre, nell’alienazione che gravita intorno ai suoi bordi, «e la città ricomincia a fuggire. Se ne vanno, a poco a poco, gli ultimi palazzi di marmo, le case della luce, scompaiono i balconi e le terrazze di vetro e viene avanti il mare gonfio e scuro dei quartieri periferici, dove abita il vecchio popolo di Milano. Ci sono periferie aperte e periferie chiuse, periferie per ricchi e periferie per poveri, periferie per uomini e periferie per non-uomini», con Anna Maria Ortese, in Silenzio a Milano.milano dicono di lei elleboro editore

Del resto ogni metropoli, sotto il diktat dell’efficienza, spesso rischia di sfibrare i tratti che più la distinguono, si appiattisce, scolora nel grigio degli ingranaggi che muovono la grande macchina della modernità, «diviene la stazione di una gigantesca città che non esiste. È il regno dell’elettricità e del vapore: suoni, campanili, trombe d’allarme, biciclette aggressive, fumo e fracasso. A Milano, non c’è orizzonte, non v’è cielo», scrive Filippo Tommaso Marinetti. Chi vi si trasferisce a volte prova la sensazione di sconfinare in un blocco di nebbia, e non che sia un male, almeno per Eugenio Montale, che preferisce Milano a Roma, «perché è più facile mimetizzarsi e osservare senza essere osservati». 

La narrativa della seconda metà del Novecento capta il disagio diffuso in città, ne visita i luoghi e ne incontra i personaggi, con Tommaso Landolfi, «arrivando col treno, mi dicevo infatti: Mi-la-no; che bella e scorrevole parola. Ma ad essa corrisponderà davvero qualcosa? Si darà davvero, la gloriosa città di Milano, o non sarà invece un fumo? E che significa questa massiccia stazione, la quale parrebbe alludere a traffici, a concreti propositi, a vita accolta anzi convinta?anna maria ortese […] Sui bastioni era calata la nebbia; il viale che adesso percorrevamo doveva (se viale davvero) essere alberato, o tanto poteva arguirsi dal soprassello di buio; invano il nostro occhio tentava fingersi astri piloti, o il nostro orecchio suoni. Tutto taceva, tutto era immerso in una tenebra come originaria […] Da quel lontano tempo nella cosiddetta sedicente Milano, non ci sono più stato. E quando sento, per esempio: «Lei dove scende?”. “A Voghera: e lei?” “Io vado a Milano”. Rido sotto i baffi. Milano, è evidente, non esiste»; con Luciano Bianciardi, «ogni mattina mi desta il filo di luce che trapela dalle stecche delle tapparelle, e sotto il ringhio sordo della città che ha cominciato a mordere. Appena fuori c’è il traffico che mi investe. Io potrei dire senza calendario che giorno è, proprio dal traffico. Rabbiosi sempre, il lunedì la loro ira è alacre e scattante, stanca e inviperita il sabato»; e con Emilio Tadini, «la tua casa, mi avevi fatto vedere.tommaso landolfi La tua isola, com’era scritto sulla piastrella di ceramica vicino alla porta, sopra l’isoletta dipinta alla buona, con il pesce e la nave sullo sfondo. Mi avevi fatto guardar giù dalle finestre sulla strada e dalle finestre che davano sul cortile e poi su quella specie di terra desolata, tra il cimitero di automobili e l’aeroporto. […] Di là dai vetri, intorno – in un paesaggio lacunoso, nel tremolare acqueo dell’asfalto – Milano era vuota, svuotata. E non sembrava fosse soltanto per il ferragosto. La tangenziale sembrava un anello di Saturno nelle fotografie prese con il telescopio. E la strada, lì sotto, era deserta, come se tutti e tutto si fossero messi al riparo per paura di quella luce da esplosione interminabile».

milano periferiaMilano sembra precipitare lungo un anticlimax, in cui il deterioramento trascende in un surrealismo tanto marcato da farle assumere sembianze grottesche, leggendo prima Vincenzo Consolo, «città perduta città irreale, d’ombre senz’ombra che vanno e vanno sopra ponti, banchine della darsena, mattatoi e scali, Sesto e Cinisello disertate, tecnologico ingranaggio, Dallas dello svuotamento e del metallo», a seguire Aldo Nove, «come quella bizzarra divinità azteca che si trasforma per non morire, Milano non ne vuole sapere di essere se stessa. Sta diventando sempre qualcos’altro», e infine Alda Merini, «Non l’amo più Milano. / È diventata una belva, / non è più la nostra città, / adesso è una grassa signora / piena d’inutili orpelli».

Il Quadrilatero della moda, in ogni caso mai entrato nelle grazie dei poeti e degli scrittori del XX secolo, vede via via scemare le luci della sua ribalta, offuscato dall’imponenza degli outlet, tonnellate e tonnellate di cemento colato là dove prima sorgevano delle industrie, poi smantellate, e di cui Alberto Rollo, in Un’educazione milanese, se ne fa testimone, «chi del resto avrebbe immaginato lo stabilimento T5 della Falck assediato dalle erbacce, l’Ansaldo museificato, l’Alfa Romeo di Arese trasformata nell’Arese Shopping Center, una delle strutture di vendita più grandi d’Europa? Viene voglia di pensare ad un confitto di anime, a silenzi che improvvisamente si lasciano squassare da crepitii di altiforni».alda merini

Se si volesse rendere in senso figurato il postulato fondamentale di Lavoisier, «nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma», immaginando quindi Milano in tutto simile a un essere in divenire, ci sarebbe da dare ragione ancora una volta a Milano. Dicono di lei. La città nella letteratura… La guida letteraria di Elleboro Editore, oltre all’abbondante bellezza, coglie la complessità del capoluogo meneghino, inserendola in un quadro di insieme per il quale, a conti fatti, Milano è una città da cui non si può prescindere, da visitare, da assorbire. In ogni sua piega.

 

Antonio Scerbo


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