Mi ritrovai


Era il 1321, quando Dante, per conto di Guido Novello da Polenta, si recò a Venezia, nel tentativo di scongiurare il rischio di una guerra con la Serenissima. Sulla via del ritorno, però, il Sommo Poeta contrasse una febbre malarica, e nella notte tra il 13 e il 14 settembre si spense, proprio a Ravenna, dove aveva trascorso gli ultimi tre anni insieme ai figli Pietro, Jacopo e Antonia.

giovanni mochi - dante giotto guido novello da polenta - elleboro editoreIl soggiorno nella città romagnola fu per Dante – e per l’umanità letteraria dei secoli a venire – assai proficuo: nel clima di mecenatismo favorito dal podestà, il Sommo Poeta terminò la Divina Commedia e compose le due Egloghe.

Ciò che ne conseguì fu – e rimane – a dir poco noto: oltre a essere considerata da più parti la quintessenza dell’Occidente, la Commedia tracciò il punto di non ritorno della lingua e della letteratura italiane, il riferimento assoluto.

A poco più di mezzo secolo dalla scomparsa di Dante, a partire dal 23 ottobre 1373, a Firenze, nella Badia Fiorentina, un anziano Giovanni Boccaccio diede lettura pubblica della Divina Commedia, fino al canto XVII dell’Inferno: le sue condizioni fisiche gli impedirono di andare oltre. boccaccio - elleboro editore

Qualche anno prima, Boccaccio scriveva sul Sommo Poeta, «Ravenna fummi albergo nel mio esiglio: / ed ella ha il corpo, l’alma ha il sommo Padre, / presso a cui l’invidia non vince consiglio».

romagna dicono di lei - elleboro editoreI secoli si avvicendano, Percy Bysshe Shelley decide di omaggiare l’autore della Commedia, si reca a Ravenna e ne riporta una nota, esattamente il 14 agosto 1821, «ho visto la tomba di Dante e venerato il sacro luogo». E come il poeta britannico, anche François-René de Chateaubriand, nel 1828, «avvicinandomi al monumento sono stato colto dal brivido di ammirazione che dà una grande fama, quando il suo detentore è stato sventurato».

Oggi, a settecento anni dalla morte del Sommo Poeta, è forse lecito chiedersi come sia stato possibile che la Divina Commedia abbia mantenuto inalterata e monumentale la sua caratura di opera d’arte. Il poema sembra essere attraversato da un raggio di eternità, essendo forse qualcosa di simile a una declinazione, in terzine incatenate in dodecasillabi, della storia più intima dell’uomo.

Tre cantiche, Inferno, Purgatorio, Paradiso, e un unico cammino, un viaggio, una via.

gustave dorè - dante selva oscura - elleboro editoreC’è il momento della caduta, c’è il momento intermedio che può tesaurizzare la caduta – se vissuta fino in fondo, non nascosta e sostenuta – e c’è il momento della rinascita, che tanto deve ai precedenti due momenti, quasi contenendoli in una sintesi.

Sin dai tempi più antichi, tra pratiche, riti e cerimonie, l’uomo ha ricercato la tenebra, forse assegnandole un valore superiore alla luce stessa, perché capace di accrescerne la forza, di esaltarla.

Spesso gli sciamani si allontanano dal villaggio, e in solitudine e tra gli stenti, attraverso tecniche acquisite, sprofondano nell’estasi, cercano la visione, tornano infine nella comunità, portatori della risposta tanto attesa.

Interpretare con il solo strumento della logica le perturbanti esperienze sinestetiche dei mistici non è che un tentativo, forse anche pretenzioso, destinato a fallire: il linguaggio dominante, che risponde esclusivamente alla dinamica causa-effetto, non è del resto l’unico linguaggio.

Il taijitu rappresenta due principi in opposizione, ma dalla stessa radice: yin e yang, il nero e il bianco.

«Devo dire che io, dopo aver letto giovanissimo la Commedia, l’ho lasciata poi da parte per parecchio tempo […]. Certamente la sua lettura, sedimentata in me, ha avuto, per vie che è difficile definire, degli influssi», è l’ammissione di Eugenio Montale. william adolphe bouguerau - dante virgilio inferno - elleboro editore

La Divina Commedia è di una certa attualità, se è vero che, nel regno dell’individualismo e del profitto, dell’intolleranza e dell’indifferenza, della povertà che dilaga nonostante le risorse, pare – senza chiudere gli occhi – di essere precipitati tra i cerchi dell’Inferno.

L’uomo però non è solo tenebra e inferno, se nel buio intravede effetti benefici, salvifici.

Certo, arduo è il cammino – Purgatorio, Paradiso – e a tratti insostenibile l’impresa, ma non è così raro incontrare quel «foco / ch’emisperio di tenebre vincea». Dante vedrà Dio. gustave dorè - dante beatrice dio candida rosa - elleboro editore

La «selva oscura» è quindi una presenza archetipica, che si può affrontare: l’umanità ha dalla sua ragione e volontà, il libero arbitrio rende l’uomo degno di sé, nella scelte e nelle responsabilità.

E non con il fine di trovare una volta per tutte il senso dell’esistere, e in esso il proprio ruolo.

Il «mi ritrovai» del primo verso della Commedia a stringerlo nel pugno sembra introdurre a una ricerca, faticosa, esasperante, ma meritoria, anche solo per il semplice fatto di averla intrapresa: che non sia quanto di più vicino alla ricerca della felicità?

Oggi, a settecento anni dalla scomparsa del Sommo Poeta, è sempre più lecito chiederselo.

 

Antonio Scerbo


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