Il prevalere dell’irreale sul reale


L’amicizia tra Primo Levi e Mario Rigoni Stern è nota, meno si sa del legame intenso e fugace tra lo scrittore della Shoah e Philip Roth, «ci siamo incontrati brevemente, una volta, poi ho passato con lui quattro giorni – abbiamo attraversato Torino a piedi, mi faceva da guida, cenando di notte con Lucia, la moglie di Primo, e con altri amici intimi di Primo, parlando infinitamente dalla mattina al pomeriggio – finché mi sono detto, “ho trovato un nuovo, meraviglioso amico!’, e sette mesi più tardi è morto”. primo levi philip roth - elleboro editore

L’autore di Se questo è un uomo fu rinvenuto cadavere l’11 aprile 1987 nell’atrio del palazzo in cui viveva, a Torino, in corso Re Umberto 75. L’ipotesi fu quella del suicidio, anche se non si escluse che l’incidente sia stato causato dalle vertigini di cui Levi soffriva. Suicidio e vertigini: senso del vuoto, che Levi conobbe, che avrebbe voluto allontanare.

Del secondo giorno dalla partenza da Žmerynka, varcata la Beresina, di fronte all’ennesimo scenario di «devastazione e spoliazione tedescamente meticolosa», scrisse in La tregua, «più di un saccheggio, insomma: il genio della distruzione, della controcreazione, qui come ad Auschwitz: la mistica del vuoto, al di là di ogni esigenza di guerra o impeto di preda». E ancora, nel libro pubblicato nel 1963, in cui Levi racconta il viaggio all’alba della caduta del Terzo Reich, l’odissea lunga sette mesi per l’Europa centro-orientale, tentando e trovando il ritorno a casa, «meditavo pensieri amari: che la natura concede raramente indennizzi, e così il consorzio umano, in quanto è timido e tardo nello scostarsi dai grossi schemi della natura; e quale conquista rappresenti, nella storia del pensiero umano, il giungere a vedere nella natura non più un modello da seguire, ma un blocco informe da scolpire, o un nemico a cui opporsi». se questo è un uomo primo levi - elleboro editore

L’eziologia del male è forse fuori da ogni portata, non così la narrazione dell’orrore subito, soprattuto se in prima persona: Levi ne è la testimonianza incarnata. Ciò che la guerra e il suo abominio sono capaci di generare, violando il senso dell’umano fino ad annichilirlo, non si presta però a una decodifica immediata, pur concedendo che l’alfabeto delle tenebre sia stato dato: al rapporto intimo perché inevitabile che lo scrittore autentico intrattiene con la verità si deve la ricostruzione – mai definitiva e sempre sorprendente – delle fattezze del male, in modo che, al loro ripresentarsi, possano essere riconosciute e combattute ancor prima che svelino completamente il volto orrendo.

la tregua primo levi mappa - elleboro editoreIn fuga dal campo di concentramento di Auschwitz, gli occhi di Levi, sensibili alla luce, saggiano un’umanità caleidoscopica, talmente multiforme da poter esser scambiata per un delirio allucinato. Si pensi al greco, «mi spiegò che essere senza scarpe è una colpa grave. Quando c’è la guerra, a due cose bisogna pensare prima di tutto: in primo luogo alle scarpe, in secondo alla roba da mangiare; e non viceversa, come ritiene il volgo: perché chi ha le scarpe può andare in giro a trovar da mangiare, mentre non vale l’inverso. – Ma la guerra è finita, – obiettai: e la pensavo finita, come molti in quei mesi di tregua, in un senso molto più universale di quanto si osi pensare oggi. – Guerra è sempre, – rispose memorabilmente Mordo Nahum»; al medico Leonardo, «possedeva però anche, oltre alla fortuna, un’altra virtù essenziale in quei luoghi: una illimitata capacità di sopportazione, un coraggio silenzioso, non nativo, non religioso, non trascendente, ma deliberato e voluto ora per ora, una pazienza virile, che lo sosteneva miracolosamente al limite del collasso»; al dottor Gottlieb, «emanava intelligenza ed astuzia come il radio emana energia, con la stessa silenziosa e penetrante continuità, senza sforzo, senza sosta, senza segni di esaurimento, in tutte le direzioni del tempo»; all’Armata Rossa in rimpatrio, «spettacolo ad un tempo corale e solenne come una migrazione biblica, e ramingo e variopinto come una trasfera di saltimbanchi»; alla «visione scaturita da millenni lontani», in Ucraina, «uomini e donne erano coperti di pelli di capra, serrate contro le membra da corregge di cuoio: portavano ai piedi calzari di scorza di betulla. Erano più famiglie, una ventina di persone, e la loro casa era un carro enorme, massiccio come una macchina da guerra, fatto di travi appena squadrate e commesse a incastro, poggiato su poderose ruote di legno piene: dovevano aver pena a trainarlo i quattro cavalloni pelosi che si vedevano pascolare poco oltre. Chi erano, donde venivano, e dove andavano? Non sapevamo: ma in quei giorni li sentivamo singolarmente vicini a noi, come noi trascinati dal vento, come noi affidati alla mutabilità di un arbitrio lontano e sconosciuto, che trovava simbolo nelle ruote che trasportavano noi e loro, nella stupida perfezione del cerchio senza principio e senza fine». la tregua primo levi - elleboro editore

Levi tornò infine a Torino, sentendosi «come il Vecchio Marinaio di Coleridge, che abbranca in strada i convitati che vanno alla festa per infliggere loro la sua storia di malefizi».

Quando l’incubo trascolora in realtà, l’anima cerca un appiglio, e memore dei giorni luminosi ottunde la percezione, «nelle lunghissime sere polacche, l’aria della camerata, greve di tabacco e di odori umani, si saturava di sogni insensati. È questo il frutto più immediato dell’esilio, dello sradicamento: il prevalere dell’irreale sul reale. Tutti sognavano sogni passati e futuri, di schiavitù e di redenzione, di paradisi inverosimili, di altrettanto mitici e inverosimili nemici: nemici cosmici, perversi e sottili, che tutto pervadono come l’aria».

Primo Levi ripercorre il proprio dolore, che è la ferita insanabile di un popolo intero, e lo fissa in Se questo è un uomo e ne La tregua.

Dare per scontati i suoi libri, adombrarli, sarebbe come prendere parte all’umanità che fagocita se stessa, «noi non più vivi, noi già per metà dementi nella squallida attesa del niente».

 

Antonio Scerbo


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