Goffredo Parise, la bicicletta, la neve


Goffredo Parise nacque a Vicenza l’8 dicembre 1929, e nella città veneta trascorse la sua infanzia, spesso in compagnia del nonno, proprietario di una rimessa di biciclette. E a quel tempo prese forma la prima vera grande passione di Parise, «Quando tornavo a casa, alla sera, la guardavo da sotto la tavola e mi pareva un uccello magico e quando la luce era spenta luccicava al buio simile a una costellazione nel cielo», scrive ne Il prete bello, anche se la bicicletta era già comparsa nel romanzo precedente, Il ragazzo morto e le comete.Copertina de La bicicletta. Dicono di lei. Pedalate d'autore - Elleboro Editore

Un amore, quello per la bicicletta, che avrebbe accompagnato Parise sino all’età adulta, se si pensa che l’autore di Veneto barbaro di muschi e nebbie aveva trent’anni quando scrisse all’amico Giovanni Comisso «Vorrei passare questo inverno sepolto nella nostra campagna girando con una bicicletta e dormendo nei fienili». Campagna che Parise avrebbe sempre agognato – «La mia Patria è Ponte di Piave, […] ma sto qui, abito a Roma, all’estero. Perché? Perché così è la vita» – e infine ritrovato, nel momento in cui ristrutturò una vecchia abitazione, a Salgareda, «amo tutto, la legna che butto sul fuoco, la brina nella boscaglia del Piave, e quel mistero, quella magia di cui mi sento investito non è mia ma mi viene trapassata da tutto questo».

E nell’incanto del luogo, Parise partorirà i Sillabari.

Copertina de Il ragazzo morto e le comete, di Goffredo Parise«Lui aveva quindici anni; mi diceva sempre che ero il suo più grande amico. Era così, infatti; chi ci vedeva mai se non a braccetto insieme? […] Nessuno ci ha mai visti sulla bicicletta di mia madre? Nessuno? Peccato! Le biciclette da donna mancano del tubo trasversale e non ci si può andare che da soli; ma noi avevamo trovato la maniera di viaggiare insieme: io guidavo mentre lui stava in equilibrio sul manubrio, pronto a saltare a ogni cunetta. Andavamo per le strade vicino alla stazione, tutte una buca per le bombe che le avevano squassate e per le macerie che le ingombravano», sprazzi dell’infanzia di Parise che affiorano dalla sua prima opera, datata 1951, Il ragazzo morto e le comete e che tornano alla luce anche nel romanzo successivo, «Nelle ore meno fredde del pomeriggio ci si allenava sul viale della Stazione: scoprimmo così che nessuno dei due arrivava con le proprie gambe dalla sella ai pedali; allora si risolse il problema infilando una gamba nel telaio, appesi al manubrio da un lato, ma successero litigi, malcontenti e risse perché il turno di uno veniva a risultare sempre più breve di quello dell’altro. Escogitammo allora un altro sistema; quello di far girare un pedale a testa, entrambi appesi ai due lati della bicicletta. Cena sudava e anch’io sudavo ma la bicicletta era lì, con noi; il nostro alito si condensava nell’aria, si perdeva nei viali deserti o gelati dove la bicicletta correva solitaria. Che bella bicicletta, la Bianchi!», come si legge ne Il prete bello.

Copertina de Il prete bello, di Goffredo PariseParise avrebbe poi riscosso successo anche grazie ai suoi reportages di viaggio, dalla Cina, dal Vietnam, dal Biafra, dal Laos, dal Giappone, dal Cile, senza però perdere mai il contatto con le regioni più intime del proprio sé, e anzi maturando in età adulta una nuova passione, ancora un amore, la neve. E in effetti «Mi basta scrivere la parola Cortina per sentire allegria senza ragione e avere molte cose da raccontare come quando si è giovani», confesserà tra le pagine del Corriere della Sera. Così come non nasconderà il suo vero grande sogno, quello di diventare maestro di sci. Non stupisce quindi che alcuni tra i racconti dei Sillabari abbiano lo sfondo bianco della neve, quasi a contenere i sentimenti sempre velati che si dispiegano tra le umane vicende, anche in un incontro in apparenza casuale, « Un giorno a Cortina in una grande valle nascosta tra le Tofane una donna che sciava veloce e come giocando vide nello spazio bianco senza ombre e senza vento un uomo fermo, solo, con un mefisto nero e gli occhi neri.Copertina di Cortina. Dicono di lei. Le Dolomiti nella letteratura, Elleboro Editore Fu un attimo, continuò a scendere con salti nella neve fresca ma tutto non era più come prima e questo le parve strano. Arrivata in fondo alla valle si tolse gli sci, li caricò su una jeep rossa (anche lei era vestita di rosso e aveva capelli corti, ricci e rossi) e tornò a casa. […] Passarono alcuni giorni, il tempo si era oscurato, faceva di nuovo freddo e un mattino di neve fitta e sottile, molto strana per quel mese, la donna vestita di un pellicciotto bianco e di una cuffia bianca di lana di pecora da cui usciva un ricciolino rosso, passò sotto il campanile con i due bambini per mano e vide l’uomo, senza mefisto ma con il capo coperto da una vecchia cuffia di cuoio da aviatore. Era in compagnia di un uomo biondo e ricciuto vestito di un giubbotto militare e di una donna molto bella: tutti e tre ridevano, la donna capì dai loro denti bianchi che erano felici insieme e provò un po’ gelosia e un po’ invidia. In quel momento anche l’uomo la vide, smise di ridere e la guardò in modo forte e indecifrabile».

Parise intrattenne con la neve un rapporto viscerale, «Se aveva nevicato quella notte stessa raccoglieva un pugno di neve nella mano e come prima cosa la mangiava e poi ne raccoglieva altra e ne guardava i cristalli», ne conosceva i segreti, sembrava arricchirsene,Copertina di Sillabari, di Goffredo Parise «La neve di primavera è meravigliosa ma la vera, la grande, la sublime, la matematica neve è quella polverosa, microscopica neve a ghiaccioli di pieno inverno, in gennaio. La bellezza di questa neve è nutrita dal silenzio e dalla luce: una luce fredda e purissima radente o a picco, senza ombre, dove il blu del cielo si appoggia al candore delle vette e dei monti, e il sole è un disco bianco e rovente come la bocca di un altoforno nell’infinito. Allora cominciare a sciare, avendo davanti a sé una lunga discesa immacolata dove nessuno è mai passato, soli, contro il sole, aspirando quel profumo quasi impercettibile che il sole estrae dalla neve, ascoltando i suoni interni dei propri muscoli, del respiro, dello sguardo e soprattutto il suono della propria energia in espansione, allora, e solo allora e per pochi istanti, si può dire e ripetere e ricordare: “Si, sono e sono stato veramente felice di vivere”», ancora dal Corriere della Sera, il 14 giugno 1980, nello scritto Accadde a Cortina.

E a ben vedere, se è vero che l’animo si nutre di passioni, non è un azzardo ipotizzare che «lo spirito della poesia», almeno in Goffredo Parise, sia stato attraversato da quell’atmosfera che pare anticipare proprio la neve, «ha un odore, un sapore, una forma, qualcosa che almeno uno dei cinque sensi riesca ad acchiappare per la coda? Temo di no, ma qualche volta penso di sì. […] Soprattutto nei venti, in certe arie e acque di Cortina d’Ampezzo molto lontane dal centro abitato».

 

Antonio Scerbo


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