Il 19 gennaio 1809 nasceva a Boston Edgar Allan Poe, l’uomo che col suo genio avrebbe ridisegnato la letteratura a venire. Non che abbia bisogno di presentazioni, Edgar Allan Poe. Ma a oggi ancora stupisce la capacità prodigiosa – e inquietante – che ebbe di influenzare gli scrittori, e non solo, che si sarebbero collocati sulla scia.
Edgar Allan Poe precorse i tempi, pur lasciando segni di fuoco nel suo presente: nel 1848 si leggeva tra le pagine del Weekly Universe: «Mister Poe non è soltanto un uomo di scienza – non un mero poeta – non un puro uomo di lettere. Combina tutte queste qualità… è qualcosa di più».
Sia come sia, se si pensa ad Arthur Conan Doyle, o a Stephen King, si percepisce sullo sfondo Edgar Allan Poe; nelle atmosfere di Franz Kafka sembra aleggiare Edgar Allan Poe; lo sguardo visionario di Philip K. Dick sfuma nelle tinte di Edgar Allan Poe; uno dei film culto degli anni Novanta, Il corvo – The Crow – celebre per l’aura di maledettismo dovuta alla morte sul set dell’attore protagonista Brandon Lee – tanto deve proprio a Edgar Allan Poe.
E così come a Edgar Allan Poe si associa il corvo, «Quoth the Raven, “Nevermore”», a Charles Baudelaire si accosta l’albatro, «voyageur ailé».
Maudit Edgar Allan Poe, maudit Charles Baudelaire: in Il vulcano malato, a cura di Cinzia Bigliosi Franck: «Dotato di modi incantevoli, Poe vestiva sempre “una giacca nera abbottonata fino al collo. […] Non seguiva la moda, ma aveva un suo stile”: Poe era un dandy in incognito in una nazione che, mentre il poeta era ancora in vita, non gli riconobbe alcun merito. Poe si circondava di un’aura leggendaria, alimentando “voci sul suo conto passato, seminate in gran parte da lui stesso”. Baudelaire avrebbe fatto lo stesso in Belgio […] Troppo simili, ancora, gli atteggiamenti, le inclinazioni e le ossessioni dei due perché l’uno non diventasse il locatario della vita che l’altro aveva già vissuto […] Baudelaire rimase sconvolto nel ritrovare pensieri sognati, così come “frasi pensate” da lui e scritte da Poe “vent’anni prima” […] Dall’incontro letterario con Poe, Baudelaire uscì convinto che l’angelo cieco dell’espiazione avesse presieduto alle loro nascite, segnandoli con la maledizione di una ”terribile solitudine”, quella di due fratelli separati alla nascita e vissuti lontani per sempre».
Due anni prima di morire – era il 1847 –, con la moglie già ammalata, Edgar Allan Poe confessò a un amico: «Sono diventato pazzo, con lunghi intervalli di orribile sanità mentale. Durante questi attacchi di totale incoscienza, ho bevuto, Dio solo sa quanto e quanto a lungo».
È invece del 1838 Le avventure di Gordon Pym, nel quale Edgar Allan Poe diffonde note ben più liete, capaci di stuzzicare anche il palato, «Il mio amico mi fece vedere che una delle pareti della cassa poteva essere tolta a piacere. Difatti la lasciò scivolare e mi mostrò l’interno, la cui disposizione mi divertì oltre ogni dire. Un materasso preso da una delle cuccette ne copriva il fondo per intero; il resto dello spazio era occupato da ogni sorta di piccole comodità in modo però da permettermi di starvi seduto o disteso, come mi fosse piaciuto, in tutta la mia lunghezza. C’erano, fra l’altro, dei libri, penna, inchiostro e carta, tre coperte, una grande brocca piena d’acqua, un caratello di gallette, tre o quattro enormi mortadelle di Bologna, un formidabile prosciutto, una coscia fredda di montone arrosto, e sei o sette bottiglie di cordiali e liquori. Presi subito possesso del mio minuscolo appartamento con più soddisfazione di un monarca all’atto di entrare in un palazzo nuovo. Durante le prime ventiquattro interminabili ore che seguirono, nessuno essendo venuto in mio soccorso, io non riuscii a trattenermi dall’accusare Augustus della più assoluta mancanza di premura. Quello che soprattutto mi inquietava era che nella mia brocca l’acqua s’era ridotta a non più di una mezza pinta, e così io che mi ero abbondantemente pasciuto di mortadella, mi trovai a soffrire la sete».
E oltre a Edgar Allan Poe, della Bologna gourmand sono venuti a conoscenza anche Pellegrino Artusi, Sidney Clarke, Johann Wolfgang von Goethe, Guido Piovene, che è possibile ritrovare, tutti insieme, e in compagnia di tante altre firme celebri, nella guida letteraria Bologna. Dicono di lei. La città nella letteratura, dalla quale è stata tratta l’omonima mostra letteraria, ancora in corso, nel Museo Civico Archeologico di Bologna.
Ora, però, ci piace ricordare e salutare Edgar Allan Poe con le sue stesse parole, tratte da Eleonora, «Discendo da una stirpe famosa per vigore di fantasia e per la veemenza delle passioni. Gli uomini mi hanno chiamato pazzo; ma nessuno ancora ha potuto stabilire se la pazzia è o non è una suprema forma d’intelligenza».
Vien da chiedersi se nel caso supremo di Edgar Allan Poe abbia senso una simile distinzione.
Antonio Scerbo