Luis Sepúlveda, un anno senza l’autore delle parole che facevano dimenticare la barbarie umana


La seconda decade di questo nostro secolo si è aperta con una ferita che continua a lacerare le coscienze oltre che i corpi. Le vittime si contano a milioni. Assuefarsi alla morte sarebbe però contronatura; a vincere sarà sempre la vita, anche sul suo stesso senso: è nella poetica del Fëdor Dostoevskij de I fratelli Karamazov.

Con ogni probabilità anche l’animo di Luis Sepúlveda avrà vibrato tra le pagine del grande romanziere russo, forse, ci piace pensare, in un brivido d’eternità.

Ma la dimensione fisica, corporea, chiede comunque il suo tributo, e Sepúlveda ci lascia il 16 aprile di un anno fa, a causa di una malattia da coronavirus 2019.

Quello stesso Luis Sepúlveda, già militante in Bolivia nell’Esercito di Liberazione Nazionale, membro della guardia personale del presidente cileno Salvador Allende, quel Sepúlveda arrestato e torturato dopo il colpo di stato del generale Augusto Pinochet nel 1973, poi rilasciato grazie alle pressioni di Amnesty International e nuovamente imprigionato -– erano gli anni dei desaparecidos -– a causa della sua attività teatrale sovversiva, quel Sepúlveda condannato quindi all’ergastolo, che ancora con l’intercessione di Amnesty International vide però commutarsi la pena in otto anni di esilio, dopo due e mezzo dei quali, nel 1977, lasciò il Cile per la Svezia, in asilo politico. salvador allende

E i contrasti con i governi dell’Uruguay, del Brasile, del Paraguay, del Nicaragua, i sette mesi trascorsi in Ecuador con una spedizione dell’UNESCO tra gli indios Shuar, e l’acquisita consapevolezza che i principi marxisti e leninisti non avrebbero mai potuto far presa sulla sua tanto amata America Latina, dall’anima così saldamente radicata all’ambiente naturale, alla terra.

Insomma, non una vita qualunque, quella di Luis Sepúlveda detto Lucho, quella di chi fu un bambino solitario che se ne stava in un cesto di vimini a pensare, forse immaginando un futuro da calciatore, forse aspettando il momento giusto per donare le caramelle a chi gli faceva battere il cuore.

Diapositive dell’infanzia dell’autore di Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, sviluppate dalla penna di Ilide Carmignani, la traduttrice che lavorò con Sepúlveda per 26 anni, e sua biografa, con Storia di Luis Sepúlveda e del suo gatto Zorba.

il vecchio che leggeva romanzi d'amoreIl primo grande successo letterario di Sepúlveda arriva nel 1989 con Il vecchio che leggeva romanzi d’amore. Seguiranno tante altre opere, memorabili, La frontiera scomparsa, Patagonia Express, Diario di un killer sentimentale, Le rose di Acatama, Cronache dal Cono Sud, Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza.

È prolifico, Luis Sepúlveda. Nel suo realismo magico convivono Herman Melville, Emilio Salgari, Ernest Hemingway.

Sepúlveda assorbe la quintessenza del Sudamerica, gli slanci egualitari, i fallimenti, l’orgoglio, la sofferenza mai definitiva. La passione.

sepulveda tigreSepúlveda, uomo del sud del mondo, sembra avere un rapporto privilegiato con la natura, e con il terzo occhio dell’artista osserva quella zona di indistinzione in cui convivono l’uomo e l’animale, spesso sfumando l’uno nell’altro.

Negli spasmi della lotta con se stesso, l’uomo guarda all’animale, con invidia, con nostalgia: c’è qualcosa nell’ecosistema ferino che rimanda all’essenziale, a una perenne innocenza, a sentimenti tra i più semplici e nobili.

Quella di Kengah, Zorba e Fortunata è una storia di tolleranza e accettazione, e forse di speranza in un mondo nuovo, migliore: il gatto riuscirà a far volare la gabbianella solo dopo aver chiesto l’aiuto di un umano, sfatando ogni tabù.

Non è del resto un caso se Sepúlveda scrive ne Il potere dei sogni: «sogniamo che un altro mondo è possibile e realizzeremo quest’altro mondo possibile». storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare

Ma è altresì vero quel che si legge in Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, «disgraziatamente gli umani sono imprevedibili. Spesso con le migliori intenzioni causano i danni peggiori».

È la triste certezza che Luis Sepúlveda aveva maturato sin dal suo primo romanzo, a partire dal quale non potè più sottrarsi al compito di scrivere.

Ed è proprio con Antonio Jose Bolivar, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, che vogliamo ricordarlo: «Senza smettere di maledire il gringo primo artefice della tragedia, il sindaco, i cercatori d’oro, tutti coloro che corrompevano la verginità della sua Amazzonia, tagliò con un colpo di machete un ramo robusto, e appoggiandovisi si avviò verso El Idilio, verso la sua capanna, verso i suoi romanzi, che parlavano d’amore con parole così belle che a volte gli facevano dimenticare la barbarie umana».

 

Antonio Scerbo


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