Il giorno è un grande mago


Il 3 giugno 1924 moriva Franz Kafka, senza portarsi dietro il suo mondo e lasciandolo anzi in dote a chi si sarebbe imbattuto nei suoi scritti. Quello che per molti resta lo scrittore più grande del Novecento ebbe fama postuma, «l’amara ricompensa di chi fu in anticipo sui tempi», secondo Hannah Arendt. E in un attimo torna Nietzsche, «a me si confà unicamente il giorno seguente al domani. C’è chi è nato postumo». Kafka e Nietzsche, nel segno del genio e della malattia.

franz kafka_max brod - elleboro editoreKafka conobbe Max Brod nel 1902, nel giorno in cui proprio Brod tenne una conferenza su Arthur Schopenhauer e Friedrich Nietzsche: ne nacque una grande amicizia, una fitta corrispondenza, un tradimento. Kafka desiderava morire insieme alle sue carte, e ne diede istruzione al suo esecutore testamentario Max Brod perché le desse alle fiamme. Brod disobbedì: «la mia decisione di pubblicare il suo lavoro postumo è resa più facile dal ricordo di tutte le lotte spasmodiche che hanno preceduto ogni singola pubblicazione di Kafka che gli ho estorto con la forza e spesso pregandolo. Tuttavia, dopo si è riconciliato con queste pubblicazioni ed è rimasto relativamente soddisfatto». Ne I testamenti traditi Milan Kundera scrive infatti che Brod «pubblica tutto, senza discernimento», creando «il modello per la disobbedienza nei riguardi degli amici morti; un precedente giudiziario per aggirare le ultime volontà dell’autore».

Nel 1939 Brod si era rifugiato a Tel Aviv, sentendo viva la minaccia nazista. Vi conobbe Ilse Hoffe, la convinse a cambiare nome, Ilse divenne Esther, e ne fece la sua segretaria, forse anche la sua amante. Alla morte di Brod, Esther avrebbe dovuto consegnare i manoscritti di Kafka alla National Library of Israel. Ancora un tradimento: Esther tenne per sé le carte, morì nel 2007, e i manoscritti finirono nelle mani delle sue due figlie, Eva e Ruth. E da loro, in due caveau, a Tel Aviv e a Zurigo. Solo nel 2016 la National Library of Israel ottiene le carte di Kafka. ilse esther hoffe - elleboro editore

Ma Franz Kafka aveva già espanso il suo mondo nel nostro, che pur lo conteneva, nascosto, come il fuoco sotto la cenere. Kafka lo disvela, si disvela. Ci disvela. Kafka, malato di tubercolosi – «quando l’anima e il cuore non tollerano più il peso, i polmoni se ne addossano la metà, in modo che il peso sia perlomeno equamente distribuito» – soffia sulla cenere che si posa sui nostri giorni, e non per ravvivarne la fiamma morente. Solo per constatarne la presenza.

E nel giorno che ricorda il suo ultimo respiro, celebriamone il cuore battente.

«Amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso», scriveva Kafka a Milena Jesenská, giornalista, scrittrice e poi anche traduttrice di Franz Kafka: nel 1919 restò folgorata dalla lettura di un suo racconto, e col permesso dell’autore lo rese poi in ceco. I due si scrissero fino al 1923, si incontrarono in poche occasioni, si accostarono l’uno all’animo dell’altra.

Nel 1920 Milena confessa a Max Brod che «Franz non può vivere. Franz non ha la capacità di vivere. Franz non guarirà mai. Franz morirà presto. Certo è che tutti noi siamo apparentemente capaci di vivere perché una volta ci siamo rifugiati nella menzogna, nella cecità, nell’entusiasmo, nell’ottimismo, in una convinzione, nel pessimismo o in qualcos’altro. Ma lui non si è mai rifugiato in un asilo che potesse proteggerlo… I suoi libri sono stupefacenti. Più stupefacente è lui». milena jesenská - elleboro editore

Il 3 giugno 1924 Franz Kafka muore, in cura da tempo nel sanatorio di Kierling, nella città di Klosterneuburg, bassa Austria. Due giorni dopo, le parole di Milena suonano come un epitaffio, «Egli era timido, scrupoloso, tranquillo e buono, eppure ha scritto libri spietati e dolorosi. Il suo mondo era popolato di demoni invisibili che annientano e dilaniano l’uomo privo di difese. Egli era troppo perspicace, troppo saggio per poter vivere, troppo debole per poter combattere con la debolezza degli uomini nobili e belli che non rifiutano la lotta per timore di incomprensioni, malvagità e menzogna intellettuale, sebbene sappiano in partenza di essere impotenti, e alla fine si arrendono in modo da svergognare il vincitore. Conosceva gli uomini come solo possono conoscerli gli esseri dotati di una grande sensibilità nervosa, i solitari, coloro che sono capaci di scrutare l’anima di un uomo e quasi di predirne il futuro solo intravedendo il suo volto».

Ma Kafka non è una creatura delle tenebre, non è suo l’avamposto del buio. Kafka osserva, attratto, sedotto e giocato da ogni iridescenza, «il giorno è un grande mago», confida nel 1920 a Gustav Janouch, allora giovane incline alla poesia, figlio di un collega assicuratore di Kafka.

milano dicono di lei elleboro editoreQuel Kafka che ritiene «da incosciente viaggiare e persino vivere senza fare annotazioni», nel 1911 in visita a Milano insieme a Max Brod, riporta su carta l’esperienza – deludente – nella casa d’appuntamenti Al vero Eden, nei pressi di piazza Santa Lucia: «la ragazza, il cui ventre, mentre stava seduta, era indubbiamente sformato sopra e fra le gambe divaricate, sotto l’abito trasparente, mentre nell’alzarsi il ventre si dilatò come le quinte d’un palcoscenico dietro ai veli formando, infine, un corpo femminile sopportabile. La francese la cui dolcezza si palesò all’occhiata conclusiva anzitutto nelle ginocchia tonde e tuttavia particolareggiate, loquaci e affettuose. Una figura da monumento che imperiosa infila nella calza il denaro appena guadagnato».

Anche al petto di Kafka affluisce il sangue. La vita in Kafka – e in Nietzsche – implode paradossalmente per eccesso, mentre i suoi resti esplodono, schegge che lacerano anche il tempo a venire, schiarendolo ancora prima dell’alba. Kafka è fiamma, triste è il destino della fiamma, che dal momento in cui illumina inizia a spegnersi.

franz kafka 2 - elleboro editoreMarzo 1921, Franz Kafka: «quando si fa buio si accenderà ancora una candela e quando sarà bruciata sino in fondo si rimarrà quieti al buio. Proprio perché nella casa del Padre ci sono molte dimore, non bisogna far chiasso».

 

 

Antonio Scerbo


Condividi!

via di Gaibola 17/3 40136 Bologna
p.iva 03646591200