Gli occhi sono uccelli prigionieri


Kurt Suckert nasce a Prato, il 9 giugno 1898, e diverrà Curzio Malaparte, sbeffeggiando il cognome Bonaparte. È impossibile seguire senza il fiato corto le vicende caratterizzanti la vita di Kurt Suckert: per Marcello Veneziani fu un «ossimoro vivente», per Alberto Moravia un «furioso individualista al servizio di se stesso».

curzio malaparte 2 - elleboro editoreSia come sia, Curzio Malaparte resta uno scrittore senza eguali, almeno per il realismo e l’espressionismo con cui ha reso il Novecento e le sue pieghe: la seconda guerra mondiale di Kaputt e de La pelle è così vivida, cruda e grottesca da prendere allo stomaco, dopo aver stordito con la potenza figurativa di certe pagine, «il terzo giorno un immane incendio divampò nella città di Ràikkola. […] Impazziti dal terrore, i cavalli dell’artiglieria sovietica, erano quasi un migliaio, si gettarono nella fornace, spezzando l’assedio del fuoco e delle mitragliatrici. Molti perirono tra le fiamme, una gran parte raggiunsero la riva del lago, si buttarono in acqua. Il lago in quel punto è poco profondo, non più di due metri: ma a un centinaio di passi dalla riva il fondo precipita a picco. Stretti in quel breve spazio (la sponda, in quel tratto del Làdoga, s’incurva, forma un breve seno), tra l’acqua profonda e la muraglia di fuoco, i cavalli s’aggrapparono tremanti di freddo e di paura, con la testa protesa fuor dell’acqua. I più vicini alla riva, assaliti a tergo dalle fiamme, s’impennavano, si accavallavano sui compagni, tentando di farsi largo a morsi e a calci. Nel furor della mischia furono sorpresi dal gelo. Durante la notte scese il vento del Nord. […] Il mare, i laghi, i fiumi, gelano all’improvviso, per la rottura, che avviene da un’istante all’altro, dell’equilibrio termico. Perfino l’onda marina si ferma a mezz’aria, diventa una curva onda di ghiaccio sospesa nel vuoto. Il giorno dopo, quando le prime pattuglie di sissit, dai capelli bruciacchiati, dal viso nero di fumo, camminando cauti sulla cenere ancora calda attraverso il bosco carbonizzato, giunsero sulla riva del lago, un orrendo e meraviglioso spettacolo apparve ai loro occhi. Il lago era come un’immensa lastra di marmo bianco, sulla quale erano posate centinaia e centinaia di teste di cavallo. Parevano recise dal taglio netto di una mannaia. Soltanto le teste emergevano dalla crosta di ghiaccio. Tutte le teste erano rivolte verso la riva. Negli occhi sbarrati bruciava ancora la fiamma bianca del terrore. Presso la sponda, un groviglio di cavalli ferocemente impennati sorgeva fuor della prigione di ghiaccio». kaputt curzio malaparte - elleboro editore

Kaputt è vissuto in prima persona da Kurt Suckert, inviato del Corriere della Sera. l’Europa infiamma, il fumo si alza, la cenere si ammassa: il titolo del romanzo deriva dall’ebraico kopparoth, vittima. Il Vecchio Continente è senza Dio, lo scempio si consuma, i piani saltano. Si può raccontare la guerra senza viverla? Curzio Malaparte divide l’opera in sei parti, I cavalli, I topi, I cani, Gli uccelli, Le renne, Le mosche, uomini e animali condividono lo stesso destino di morte, il sangue degli uni e degli altri assale le narici, non c’è scampo, e viene da chiedersi se abbia poi senso dividere i vincitori dai vinti. Lo strazio è indistinto, le urla riempiono l’aria, le viscere non possono che rivoltarsi, quando non vengono sventrate. «Secoli e secoli di fame, di servitù, di barbarie togata, impaludata, incoronata e unta, secoli di miseria, di colera, di corruzione, di vergogna, non erano riusciti a soffocare in quel popolo miserabile e nobilissimo il sacro rispetto del sangue. La folla gridando, piangendo, levando le braccia al cielo, correva verso il Duomo: e invocava il sangue con un meraviglioso furore, piangeva il sangue perduto, il sangue versato invano, la terra bagnata di sangue, gli stracci insanguinati, il sangue prezioso dell’uomo mischiato alla polvere delle strade, i grumi di sangue sui muri delle prigioni. Negli occhi febbrili della folla, nelle fronti pallide, ossute, madide di sudore, nelle mani alzate al cielo e scosse da un tremito profondo, una pietà appariva, un sacro spavento, “‘o sangue! ‘o sangue! ‘o sangue!”. Era la prima volta, dopo quattro anni di feroce, spietata, crudelissima guerra, che udivo pronunciare quella parola con religioso timore, con sacro rispetto: e l’udivo sulle labbra di quella folla affamata, tradita, abbandonata, senza pane, senza tetto, senza tombe. Dopo quattro anni ecco che quella parola suonava nuovamente come una parola divina. Un senso di speranza, di riposo, di pace, mi invadeva al suono di quella parola, ‘o sangue! Finalmente ero giunto al termine del mio lungo viaggio, quella parola era veramente il mio porto, la mia ultima stazione, la banchina, il molo sul quale potevo finalmente toccare la terra degli uomini, la patria degli uomini civili», l’ultima parte di Kaputt ha il sangue anche nel titolo, quasi introducendo, dalla Napoli «più infelice, affamata, umiliata, abbandonata, torturata, città d’Europa», la Napoli de La pelle, quasi a desumere dal vasto scenario bellico continentale quel microcosmo in cui «si vendono corpi vivi, corpi morti, pezzi di corpo. Si vendono bambini e bambine. Tutto può essere ridotto a mercato e merci, persino i sentimenti, le più segrete sostanze dell’anima». curzio malaparte la pelle - elleboro editore

A partire dal novembre del 1943 Curzio Malaparte, da ufficiale di collegamento aggregato all’Alto Comando statunitense in Italia, seguì l’avanzata degli alleati lungo la penisola, e nel 1948 vide la luce quel romanzo che non prende parte, se non quella della pelle, da salvare, difendere e tener stretta con i denti, perché pelle è sopravvivenza, il resto moralismi e partigianeria, «gli uomini son capaci di qualunque vigliaccheria, per vivere: di tutte le infamie, di tutti i delitti, per vivere. Per un tozzo di pane ciascuno di noi è pronto a vendere la propria moglie, le proprie figlie, a insozzare la propria madre, a vendere i propri fratelli e gli amici, a prostituirsi a un altro uomo». Ne La pelle l’abominio è senza colore, alla barbarie perpetuata dai nazisti si affiancano gli orrori consumati dagli Alleati, nella ferocia e negli stenti dello spirito il senso dell’umano è un miraggio, evapora tra miasmi. La verità è nuda e cruda solo se esala dalle urla, dalla rovina e dalla disperazione dei vinti, «ma nonostante l’universale e sincero entusiasmo, non v’era un solo napoletano, in tutta Napoli, che si sentisse un vinto. Non saprei dire come questo strano sentimento fosse nato nell’animo del popolo. Era fuori di dubbio che l’Italia, e perciò anche Napoli, aveva perduto la guerra. È certo assai più difficile perdere una guerra che vincerla. A vincere una guerra sono tutti buoni, non tutti sono capaci di perderla. Ma non basta perdere la guerra per avere il diritto di sentirsi un popolo vinto. Nella loro antica saggezza, nutrita di una dolorosa esperienza più volte secolare, e nella loro sincera modestia, i miei poveri napoletani non si arrogavano il diritto di sentirsi un popolo vinto. Era questa, senza dubbio, una grave mancanza di tatto. Ma potevano gli Alleati pretendere di liberare i popoli e di obbligarli al tempo stesso a sentirsi vinti? O liberi o vinti. Sarebbe ingiusto far colpa al popolo napoletano se non si sentiva né libero né vinto». Agli italiani, ai napoletani, non piacque vedersi ritratti senza nulla addosso, Kurt Suckert venne minacciato, La pelle condannato dal Vaticano e registrato nell’Index Librorum Prohibitorum. La verità sa come fare male.

curzio malaparte febo - elleboro editoreCurzio Malaparte in Kaputt scrive che «gli occhi sono uccelli prigionieri», forse avendo poca fiducia nel genere umano e intrattenendo un rapporto del tutto personale con la specie animale: oltre ai titoli dei sei capitoli del libro edito nel 1944, lo dimostrano le righe del Diario di uno straniero a Parigi che lo scrittore toscano dedica all’amore più grande, il cane Febo, perso e poi ritrovato nel laboratorio di un vivisezionista, «era disteso sul dorso, il ventre aperto, una sonda immersa nel fegato. Mi guardava fisso, e gli occhi aveva pieni di lacrime. Aveva nello sguardo una meravigliosa dolcezza. Respirava lievemente, con la bocca socchiusa, scosso da un tremito orribile. Mi guardava fisso, e un dolore atroce mi scavava il petto. “Febo” dissi a voce bassa. E Febo mi guardava con una meravigliosa dolcezza negli occhi, lo vidi Cristo in lui, vidi Cristo in lui crocefisso, vidi Cristo che mi guardava con gli occhi pieni di una dolcezza meravigliosa. “Febo” dissi a voce bassa, curvandomi su di lui, accarezzandogli la fronte. Febo mi baciò la mano, e non emise un gemito».

Nessuna prigionia, però, in Kurt Suckert, mai, nonostante il carcere e il confino, «si ignora tutto di me, e però si dicono e si scrivono di me le cose più inverosimili. Non sono né un eroe né un martire. Sono stato in prigione per ragioni letterarie, non politiche. Non si vuol capire che io sono verso gli antifascisti ciò che sono stato verso i fascisti, che ho il più alto disprezzo per i politicanti, di non mi importa quale partito, che non mi interesso che alle idee, alla letteratura, all’arte. Che sono un uomo libero, un uomo al di là di tutto ciò che agita questa povera massa di uomini».

 

Antonio Scerbo


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