Dal 2005, il 27 gennaio di ogni anno si celebra la Giornata della Memoria, che commemora le vittime dell’Olocausto.
Tra le tante preziosissime voci che ancora portano testimonianza dello sterminio del popolo ebraico messo in atto dalla Germania nazista nemmeno un secolo fa, se ne distingue una, di calda luce: Etty Hillesum. 
Nata nel 1914 a Middelburg, Etty Hillesum nel 1932 si trasferisce da Deventer ad Amsterdam, con il desiderio di iscriversi all’Università per studiare diritto. Conseguita la laurea, nel 1939 prosegue comunque gli studi, per imparare il russo nella facoltà di lingue slave.
Ma a essere determinante per Etty Hillesum è l’incontro con lo psicochirologo, nell’orbita di Carl Gustav Jung, Julius Spier, nel 1941. L’allora ventisettenne studentessa in preda a caos interiore diviene paziente prima, amante poi, di Spier: sarà proprio lo psicochirologo a suggerirle di mettere nero su bianco i pensieri, le emozioni.
Ne verrà fuori un diario – pubblicato postumo solo nel 1981 –, un’autentica gemma, «Questa è anche una delle mie più recenti conquiste: che da ogni istante nasce un nuovo istante, che contiene nuove possibilità e che spesso, inaspettatamente, si rivela essere un nuovo dono. E che non si deve trattenere alcun momento di malessere né prolungarlo inutilmente, perché così facendo, si può ostacolare la nascita di un momento più ricco. E così la vita ti scorre dentro in una corrente ininterrotta, in un’unica grande successione di momenti, ognuno dei quali ha il suo posto nel giorno: insomma, non riesci a fare di meglio? Non posso proprio farci niente, non riesco ancora a esprimermi. Fermati. Abbi pazienza. E se non riesci a dirlo, qualcun altro lo farà per te, come Rilke, per esempio, o Beethoven. Ciao». 
Tra le letture di Etty Hillesum, che sognava di diventare scrittrice, anche Dostoevskij, naturalmente Jung, Sant’Agostino, Francesco d’Assisi, la Bibbia.
Nonostante nella sua famiglia serpeggiasse il gene della pazzia – il fratello Michael, detto Mischa, pianista talentuoso, soffriva di schizofrenia –, Etty Hillesum, che pure lo sfiorò, riuscì forse a convertirlo in accessi dai tratti fortemente mistici, «Mentre me ne stavo al sole, ho inconsapevolmente piegato la testa, come se potessi assimilare meglio quel nuovo senso di vitalità. D’un tratto ho compreso come una persona, il volto nascosto dietro le mani giunte, possa crollare violentemente sulle ginocchia e poi avere pace».
Mentre il mondo intorno a Etty Hillesum e alla sua gente precipitava nella notte più buia, e le persecuzioni contro gli Ebrei divennero in breve segregazione fisica, Etty Hillesum non smise di comprare, come d’abitudine, piante e fiori, «Non devi mai più negare i tuoi momenti migliori durante quelli peggiori. La maggior parte delle persone è comunque infedele ai suoi momenti migliori. Se sai come assegnare il posto giusto nella tua vita anche al gelo del giorno, non resterai a lungo nel disincanto. Perché sai che anch’esso fa parte della vita…».
Quando nel luglio del 1942 le venne offerta la possibilità di sfuggire all’orrore, con un impiego al Consiglio Ebraico, Etty Hillesum prese invece un’altra strada, quella del campo di smistamento di Westerbork, e lavorando da operatrice sociale condivise anima e corpo il destino del suo popolo, «Di notte, mentre ero coricata nella mia cuccetta, circondata da donne e ragazze che russavano piano, o sognavano ad alta voce, o piangevano silenziosamente, o si giravano e rigiravano – donne e ragazze che dicevano così spesso durante il giorno: “non vogliamo pensare”, “non vogliamo sentire, altrimenti diventiamo pazze” –, a volte provavo un’infinita tenerezza, me ne stavo sveglia e lasciavo che mi passassero davanti gli avvenimenti, le fin troppe impressioni di un giorno fin troppo lungo, e pensavo: “Su, lasciatemi essere il cuore pensante di questa baracca”».
Nel mese di giugno di un anno dopo giunsero a Westerbork anche i genitori e i due fratelli di Etty Hillesum, Mischa e Jaap, «Farò il possibile per aiutarli a superare queste difficoltà, personalmente mi sento molto forte e piena di coraggio anche se a volte tutto diventa buio e incomprensibile», e poco dopo, nel mese settembre, tutti, tranne Jaap, vennero deportati ad Auschwitz.
Durante il viaggio Etty Hillesum scrive a un’amica e lascia che la cartolina scivoli via dal treno: sarà ritrovata dalla gente del luogo, «Christine, apro a caso la Bibbia e trovo questo: “Il signore è il mio alto ricetto”. Sono seduta sul mio zaino nel mezzo di un affollato vagone merci. Papà, la mamma e Mischa sono alcuni vagoni più avanti. La partenza è giunta piuttosto inaspettata, malgrado tutto. Un ordine improvviso mandato appositamente per noi da L’Aia. Abbiamo lasciato il campo cantando, papà e mamma molto forti e calmi, e così Mischa. Viaggeremo per tre giorni. Grazie per le vostre buone cure».
Il 30 novembre 1943 Etty Hillesum muore ad Auschwitz, e come lei il resto della sua famiglia. Jaap, sopravvissuto allo sterminio, perderà la vita in Germania, nel tentativo di fare ritorno a casa, nei Paesi Bassi.
«La strada principale della mia vita è tracciata per un lungo tratto davanti a me e arriva già in un altro mondo. È proprio come se tutte le cose che succedono e che succederanno qui siano già, in qualche modo, date per scontate dentro di me, le ho già vissute e assorbite e già partecipo alla costruzione di una società futura», scriveva Etty Hillesum ancora nel suo diario.
E viene da dire che il cantiere sia rimasto ancora a cielo aperto, che i lavori dureranno ancora e ancora.
In ogni caso, nella precarietà dei giorni, nel senso dell’umano sempre più labile, Etty Hillesum semina grazia, dona nuovo vigore allo spirito.
Sfonda con dolcezza e bellezza il muro dell’abominio, «Una cosa, tuttavia, è certa: si deve contribuire ad aumentare la scorta di amore su questa terra. Ogni briciola di odio che si aggiunge all’odio esorbitante che già esiste, rende questo mondo più inospitale e invivibile. E di amore ne ho tanto, tantissimo, così tanto che davvero può fare la differenza».
Antonio Scerbo